GRV spiegato a mia nonna | Pazienza e Perseveranza

Gli esseri umani, gli esseri umani di questa parte del Mondo, sono stati selezionati per vivere fra gli altri, la natura ha premiato la socialità, la capacità di modulare le emozioni e l’empatia. Siamo costruiti secondo canoni fondamentalmente più vicini al bene che al male, la scelta di aggregarci in gruppi di simili ha portato via via ad una selezione di questo genere.

Nel perdere la propria umanità. un Vampiro si spoglia gradualmente di questi elementi. La socialità è rischiosa, titilla la Bestia che è in lui e la porta a generare conflitti. Le sue emozioni si aggrovigliano e marciscono, i freni che impediscono la manifestazione esplosiva si allentano ed assecondarle diventa un piacere perverso e sempre più bramato. Rispecchiarsi negli altri è futile, improduttivo ed il più delle volte incomprensibile, soprattutto se il senso è quello di evitare di arrecare danno gli altri altri.

Forse tutti noi abbiamo un Mostro, qualcosa che si annida nel profondo ed è tenuto a bada soltanto dall’insieme di norme e regole a cui diamo il nome di Società Civile. Forse è proprio quel Mostro, quella Bestia a creare il punto di giunzione fra l’Umano ed il Vampiro. Forse.

Di certo interpretare un Vampiro, pur e soprattutto estrapolandolo dalle meccaniche di gioco, è una sfida notevole.

In questo, cedere per gioco alle passioni oscure è relativamente complesso, siamo fatti per conoscere quanto di buono esiste in noi e spesso tutto si riduce, in senso lato, al fare l’opposto. Uscire da sé stessi per quanto possibile e giocare a fare i cattivi.

Di tutto il Vampiro come entità scenica, l’elemento più complesso da rendere è il tempo.

Un Vampiro viene congelato nel momento in cui la sua trasformazione avviene, all’inizio della sua Non Vita. La linea della sua storia viene spezzata, nei secoli lui apparterrà per sempre al periodo che ha visto l’inizio della sua Dannazione.

Parimenti, la decadenza del corpo cessa di essere una variabile, un Vampiro non invecchia e non deve temere la data di scadenza delle proprie spoglie mortali. Il guscio si libera della propria caducità programmata, ma lo stesso non accade per il contenuto.

La Bestia, prima o poi, avrà però il sopravvento. Quella è la vera morte del Vampiro, la perdita della propria identità a favore di un’esistenza relativa, una non vita nella Non Vita. Niente ricordi, niente controllo, la fine ultima della propria umanità.

In questo senso il Tempo di un Non Morto non si ferma, ma si dilata. Ciò ha un effetto particolare sul funzionamento della ragione. Qualsiasi scelta, qualsiasi azione, avviene in prospettiva dei secoli, non più dei giorni o degli anni.

È difficile comprendere questo concetto, gli Umani inevitabilmente finiscono per tenere da conto la fine inevitabile, programmano in funzione del tempo a loro disposizione e si proiettano verso l’infinito con le proprie azioni ma senza mai dimenticare a cosa vanno incontro. Chi più chi meno, agiamo ben consapevoli della nostra mortalità.

Un Vampiro non lo fa, non in termini quantitativi. Teme la distruzione, teme la non esistenza anche e forse più degli umani proprio in virtù del fatto che oltre non lo attende nulla, che la fine giunge senza appello, senza una terza possibilità. Ma, idealmente, la mole di Tempo a sua disposizione è immensa e lo spinge ad agire di conseguenza.

La progettazione delle proprie mosse viene spostata in avanti, sempre. Un Vampiro può permettersi il lusso di attendere, di essere paziente, di ammassare potere e conoscenze per poi concentrarle in una singola mossa oppure in tanti piccoli pezzi di un grande piano. La sua guerra può essere combattuta attraverso le epoche, la fretta gli è spesso aliena.

Mettersi in quest’ordine d’idee è difficile, paradossalmente è l’elemento che più distanzia l’umano dal Vampiro. Io stesso ho avuto ed ho grande difficoltà a tenere a mente questo singolo aspetto dell’interpretare un Vampiro. Usare la stessa pazienza che si conviene ad un Dannato è mostruosamente complesso, soprattutto per chi ha un carattere da brigante dagli anni ’70, nel nome del “Tutto o niente”.

A tal riguardo, imporsi d’interpretare un Vampiro in maniera strettamente canonica è di per sé un valido esercizio di pazienza, che premia pianificazione e perseveranza.

Questo segna la fine dell’articolo. Come sempre, se desiderate che venga trattato un argomento particolare o avete delle domande, sentitevi liberi d’inserirle nei commenti ed io cercherò di venirvi incontro al meglio delle mie (relative) capacità.

Per ora l’augurio di una Lunga Notte e, sino al nostro prossimo incontro, complottate con giudizio!


Edoardo Bressan
AVST Bologna
Observer Invictus
Gruppo Letterario Camarilla Italia
www.camarillaitalia.it