L’anello impazzito

Buongiorno!

Torna l’appuntamento mensile per spiegare l’ambientazione di Vampire the Requiem della White Wolf, attraverso dei brevi racconti!

Come ho detto in precedenza, il gioco è molto vasto e ci sono diverse congreghe e clan, è impossibile che piaccia tutto incondizionatamente proprio per questa diversità tra le fazioni presenti.
Ho già parlato, a suo tempo, della mia difficoltà di descrivere qualcosa che non mi appartiene e mi piace poco, con i ferali Gangrel: a questo giro mi trovo a scrivere di una congrega che…non è nelle mie corde.

Il Movimento Carthiano, protagonista di questo racconto, è un elemento del Terzo Stato, una congrega molto giovane che si contrappone all’Invictus, la nobiltà: ho cercato di far risaltare questo aspetto, nonostante mi renda conto che ho sicuramente tralasciato molti aspetti che mi sfuggono (mi perdonino i giocatori che invece amano questa congrega!).

Vi lascio al racconto e come sempre vi consiglio di dare una lettura ai racconti precedenti per avere una comprensione più globale dei personaggi e delle vicende.

Buona lettura!

Sofia Starnai
Gruppo letterario Camarilla Italia
http://www.camarillaitalia.com

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Lucca, Ottobre 2019

 – Niente balli stanotte, eh –

Ettore Crisafi, seduto a cavalcioni su una sedia malandata, ridacchiava tra sé e sé, mentre nella grande sala sfilavano volti tetri al pari di gonne vaporose.
Nei giorni precedenti la sede abituale del gran ballo della Lancea Sanctum, la splendida Villa Bottini, era stata assaltata da individui ignoti: l’unica cosa che certa era che avevano agito con una professionalità tale da far presagire l’intervento della criminalità organizzata. Questo, più o meno, era stato detto ai telegiornali dei mortali, che si andavano lagnando di un “bene architettonico dal valore inestimabile, rovinato per sempre”; per i dannati invece era qualcosa che era stato causato da qualcuno di loro, forse qualche azione combinata di clan o di congreghe, ma chi era stato davvero?
Il secondo stato si era mosso immediatamente per trovare una location adeguata per garantire l’eliseo, ma non se l’era sentita di festeggiare abitualmente dopo l’evento.

– Balleresti, cugino? –

La voce orientaleggiante di Samar Tarèkh, dragone di Roma e Custode della Memoria dei Mekhet, gli giunse alle orecchie. Come ogni anno, loro due trovavano un po’ di tempo per parlare, un po’ perché complici dell’uccisione del Marinus, un po’ perché erano in sintonia e un po’, lo doveva ammettere, perchè sperava di spillare più informazioni possibili da quella strana congrega che era l’Ordine del Drago.
La donna, tuttavia, era ermetica: non le cavavi una parola di troppo nemmeno a pregarla, sapeva come accontentare il suo interlocutore ma riusciva a non esporsi più di tanto; non aveva mai conosciuto nessuno così tanto astuto.

– Ho mai ballato? –

Lei scosse il capo, vagamente scocciata. Non sapeva perché, ma la notizia dell’assalto della villa l’aveva colpita, glielo leggeva nello sguardo: non aveva la solita espressione fredda e lucida, c’era qualcosa che non andava e le sopracciglia si corrugavano impercettibilmente quando si faceva riferimento alla questione.

– Andiamo, Samar. Sei preoccupata per ciò che è successo? –

– Non era qualcosa di prevedibile. –

– Ah, ma così mi sorprendi! Non sei tu quella che professa il cambiamento? –

Non rispose, non subito per lo meno. Ettore tornò a guardare il panorama di dannati che confabulavano tra di loro. Riconobbe da un lato il Prefetto di Roma, un Ventrue dall’aspetto nordico e profondi occhi grigi, che colloquiava con il suo compagno di giochi preferito: Francesco di Roccabrivio, l’eccentrico Francesco di Roccabrivio. Se ne stava lì, con le sue scarpette strane ai piedi, a bofonchiare qualcosa con la voce roca che spesso raggiungeva le sue orecchie a parole monche.
Nonostante la stranezza, il Prefetto se la intendeva bene con lui e gli bastava. Forse avevano lo stesso rapporto che lui aveva con Samar, ammettendo e concedendo che un sangue di re palo-in-culo potesse provare ammirazione al di fuori del suo seminato.

– Non capisci quale cambiamento sia. –

Ruotò il capo verso la mekhet e scrollò le spalle.

– Dici? Eppure noi del Movimento Carthiano lottiamo contro l’immobilismo, contro lo status quo. Voi dragoni… –

Samar incrociò le braccia e lo guardò bene in faccia, inarcando un sopracciglio.

– …volete cambiare, lottate contro la stagnazione. Per farlo però serve uscire dal seminato, rompere una tradizione, nel senso figurato del termine. Immobilismo…stagnazione…non sono forse la stessa cosa? Non sono entrambe il volto di chi per millenni ha governato su questa penisola senza alcun mutamento? Guarda, Samar.  –

Quando la vide obbedire con riluttanza fu una vittoria in ogni caso per Ettore, che sapeva di essere uno dei pochi che riusciva ad avere la sua attenzione; avvicinandosi con la sedia, inclinò il capo in direzione del suo orecchio destro, pur mantenendo il viso frontale al palco che propinava quella sera uno spettacolo muto, fatto al più di mormorii, sguardi e sussurri.
Fece un cenno verso un gruppo di dannati, eleganti e impostati, seduti a uno dei tavoli poco stabili disseminati nella stanza.

– Guardali, nella loro lentezza immobile…come si credono sovrani di questo mondo, sicuri del loro essere nobili, sicuri solo per un cognome e una spilletta al petto… –

– L’Invictus è ignorante, caro Ettore, non posso negarlo. –

– Esatto! Vedi? Iniziamo a ragionare. Noi del Movimento ci basiamo sui fatti: sai menar bene le mani? Diventerai un buon soldato e, se te lo meriti, il comandante. Anche voi dragoni sarete premiati per il vostro agire, no? –

Samar fu rapida come un gatto nel posizionarsi di fronte a lui e chinare la schiena abbastanza da poter arrivare al suo viso, per poi sibilare:

– Ciò che cercate voi Carthiani non è minimamente paragonabile a ciò che vuole l’Ordine del Drago. Fatti i cazzi tuoi, Ettore, hai pisciato fuori dal vaso per la seconda volta. –

Non le rispose, non perché non volesse, ma perché lei fu altrettanto veloce ad andarsene e anche perché sapeva di aver tirato troppo la corda: per il momento era meglio lasciar perdere. Con Samar era così, giocavi sul filo del rasoio e quando ti spingevi troppo in là era lei a recidere il contatto, cosa che accadeva spesso quando qualcuno cercava di estorcerle informazioni sulla sua misteriosa congrega.
Gente strana, i dragoni, gli aveva detto il Prefetto, hanno questa smania del cambiamento, ma quando vai a chiedere cosa sia effettivamente non sanno darti una definizione precisa, tirano fuori filosofie.
Il Movimento Carthiano, invece, era abbastanza chiaro: sovvertire l’ordine costituito, portare una ventata d’aria fresca in questo vecchio marciume che era il governo dei dannati e sperimentare vari modi di guidare la società vampirica.
Questo, inevitabilmente, faceva cagare addosso gli Invincibili, che avevano da sempre mal visto tutto il Terzo Stato ma in misura maggiore il Movimento, per motivi abbastanza lapalissiani.
Chi avrebbe mai potuto governare, qualora il Primo Stato fosse stato destituito? I Dragoni squinternati e visionari con le loro manie filosofiche? Oppure la banda di fattoni e bula bula che altri non può essere che il Circolo della Megera?

Nah.

Il futuro era nel Movimento Carthiano. Loro erano giovani innovatori, da sempre a contatto con i mortali e gli unici in grado di poter gestire l’onda del progresso.

E la gestivano talmente bene che in certi casi il risultato compariva sulle testate giornalistiche e sui notiziari, camuffando le tracce alla perfezione.
Ettore fece un sorrisetto soddisfatto.
Villa Bottini sarebbe rimasta il suo colpo meglio riuscito. I suoi “amichetti” mortali, una cospicua serie di bande dai precedenti ben poco amichevoli, avevano fatto un bel lavoretto e lui aveva gestito alla perfezione la missione, così come gli aveva ordinato il Prefetto. Non aveva fatto domande: sapeva che quell’ordine arrivava dalla Direzione Nazionale e, più specificatamente dal leader Antonius, per cui questo bastava per mettersi subito all’opera.
Aveva preparato un piano, lo aveva sottoposto alle autorità di competenza, ossia il Comandante dei Ranghi, ed infine aveva fatto partire gli ordini. Dopo la notte brava alla Villa, aveva usato i suoi doni da Ombra per celare le tracce ed evitare che qualche ficcanaso con poteri simili ai suoi venisse a perlustrare la zona, poi, dopo aver espressamente richiesto una copia di tutte le testate giornalistiche italiane più importanti, si era ritirato nel suo rifugio in attesa della nuova notte.
Era stato un lavoro impegnativo, ma vedere le facce tetre dei damerini di merda lo ripagava di tutti gli sforzi; in più sperava che con questo atto si fosse finalmente guadagnato l’ingresso nei Ranghi, il corpo armato del Movimento; ma il Comandante non si era ancora fatto sentire a riguardo e quella sera risultava assente.
Con fare pigro si alzò e si diresse verso il Prefetto, il quale sembrava essersi finalmente sganciato dal compagno di merende Roccabrivio, richiamato da una Samar abbastanza contrita.

Mh, non vorrei essere nei tuoi panni, caro mio.

Il Prefetto, invece, stava stravaccato sulla sedia poco stabile, con un mitra poggiato sulla coscia destra a mo’ di monito: gli piaceva incutere quel tipo di timore, come tutti i ventrue voleva far vedere chi comandava. Ettore, d’altro canto, si divertiva troppo a sentirlo parlare per via del suo accento spiccatamente romano, oltre al fatto che quel dannato riusciva a infilarsi in qualsiasi situazione ed infatti, grazie a lui, il Movimento stava sempre sul pezzo, soprattutto a Roma: da lui poteva solo imparare.

– Crisafi! –

– Avete avuto una conversazione interessante? –

– Puah! –

Gli fece cenno di sedersi.

– Alienante, direi. Quel Francesco di Roccabrivio a volte sa come rincoglionirti: a momenti m’ero pure dimenticato della domanda che gli avevo fatto. –

– Quindi non avete concluso alcunchè. –

Le labbra sottili del Ventrue si dispiegarono in un sorrisetto furbo.

– Questo lo pensi tu. – sentenziò – Fidati del tuo Prefetto: le cose le faccio bene. Tanto, qualsiasi discorso tu intraprenda con un dragone, sempre ai luoghi di potere vogliono arrivare. –

Ettore inarcò un sopracciglio e, con la prudenza e discrezione che solo un mekhet può avere, abbassò il tono di voce per chiedere:

– Luoghi di potere? Cosa sono? –

– Devo ancora capirlo. Una cosa è certa: l’Ordine del Drago fa delle cose strane in quei posti e farebbe qualsiasi cosa per arrivarci. –

Forse adesso riusciva a capire i discorsi di Samar, anche se non totalmente. Forse, il cambiamento che lei e i suoi confratelli andavano cercando risiedeva proprio in questi fantomatici luoghi di potere: altrimenti perché cercarli così intensamente?
Cercò con lo sguardo la mekhet vestita d’azzurro e la trovò al lato opposto della sala, faccia a faccia con Roccabrivio. Lui aveva una faccia ghignante, a tratti sorniona, talvolta quasi fascinosa: in poche parole era la sua solita faccia da stronzo che gli aveva visto dal primo momento che lo aveva incontrato. Lei, invece, stava parlando e sembrava estremamente seria, anche se il linguaggio del corpo tradiva un certo nervosismo che si scaricava sulla mano fremente lungo il fianco.
La voce del Prefetto lo costrinse a voltarsi nuovamente verso di lui:

– Comunque ottimo lavoro con la Villa, il Comandante dei Ranghi si è definito soddisfatto. Adesso c’è un’altra questione che dovresti risolvere. –

Il Prefetto si schiarì la voce e riprese:

– Come ben saprai, il Movimento è stato creato da Antonius, la progenie di Cassius, un Invincibile. La nostra è una congrega giovane, con metodi di gestione nuovi, con forme altrettanto nuove: c’è la Direzione Nazionale, i Ranghi, le Prefetture o cellule, che dir si voglia. Dimmi, Crisafi, qual è l’obiettivo del Movimento? –

Diamine, ora pure l’interrogazione. Fantastico, non sapevo di essere tornato a scuola…

– Scardinare lo status quo, superare l’immobilismo. Sperimentare nuove forme di governo. –

– Tutto giusto. Ogni cellula, nel suo dominio, deve fare in modo che questo succeda, con un’azione combinata dei suoi elementi. Ma se qualcosa andasse storto? Se ci fosse un elemento che non funzionasse o anzi, che andasse contro corrente? –

Ettore lanciò uno sguardo allarmato, che divenne presto affilato, al Prefetto.

– Chi? –

L’altro si alzò, sistemandosi il mitra sulla schiena.

– A suo tempo, Crisafi. Questo non è il posto giusto: troppe orecchie e troppi rompicoglioni. Sappi che sarà compito tuo occuparti di questa faccenda, tuo e di Flavio Della Torre. –

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Novembre 2019, in un night club nella periferia di Roma.

La musica rimbombava incessantemente passando dagli infissi e le pareti. Il ritmo, pressante e  quasi marziale, si sarebbe potuto applicare a una marcia, se l’ascoltatore lo isolasse dalle pseudo melodie elettroacustiche e le movenze ondeggianti delle ballerine ma, di fatto, la grancassa scandiva un’altra notte apparentemente come le altre di un night club lontano dal centro romano.
Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, lontano dalla moralità e tante altre cose.
Flavio aveva scelto personalmente quel posto, un po’ lo rispecchiava. Tra i tanti agganci che aveva, quel locale era un po’ come lui: dimenticato e distante dalla vita mondana di alta classe.
Tuttavia, nonostante l’ubicazione, il night ospitava diversi mortali ed era il posto perfetto per incontri discreti, come quello che sarebbe avvenuto tra qualche istante, sempre se l’ospite fosse stato puntuale.
Il Nosferatu, comunque, non aveva fretta. In realtà avrebbe dovuto averne, vista la portata della missione e chi era il mandante, ma era abbastanza convinto di risolvere la faccenda in poco tempo e, egoisticamente, credeva di farcela anche senza il compagno che gli aveva rifilato il Prefetto.
Quindi se ne stava lì, in quello che per il personale del night era “l’ufficio del capo”, con i pesanti scarponi da militare incrociati sulla scrivania e un bicchiere macchiato di liquido vischioso a portata di mano, mentre sfogliava una cartella e ne leggeva il contenuto, mugugnando ogni tanto qualcosa di indefinibile.
Quando improvvisamente sentì il cellulare vibrare nella sua tasca, lanciò la cartella sulla scrivania e rispose. La voce, dall’altro capo, gli disse che chi stava aspettando era arrivato.

– Portatelo qui. –

Aveva dato una descrizione accurata di Ettore Crisafi, anche se in realtà bastava solo la cicatrice sull’occhio destro a renderlo facilmente identificabile, tuttavia voleva essere sicuro che nel suo antro ci arrivasse chi diceva lui e non un tizio a caso.
Quando giunse nella stanza, con tutti i suoi centonovanta centimetri d’altezza e stazza massiccia, Flavio sentì la necessità di alzarsi, anche se era evidente che la presenza del mekhet  fosse più imponente della sua.

– Della Torre. –

– Crisafi. –

Rimasero in silenzio per qualche istante, fin quando Ettore non disse qualcosa sulla scelta del posto per l’incontro.

– Nessuno ci romperà le palle – replicò il Nosferatu – Sono tutti intenti a guardare quei corpi aggrovigliarsi e contorcersi su pali o su se stessi, senza considerare che il personale è al corrente che non ci devono essere interruzioni. –

Prese la cartella e gliela lanciò: non si sorprese quando il mekhet l’agguantò al volo, con una rapidità da far invidia alle Succubi.
Lo stupore che gli lesse negli occhi quando incappò sulla prima pagina era atteso, così come una richiesta di spiegazioni a cui volle ovviare subito:

– Sì, stai leggendo bene. Il nostro bersaglio è il Prefetto bolognese Vincenzo Della Torre e no, non è un Nosferatu come me. La famiglia Della Torre è divisa in due rami: uno degli spettri e uno dei pali-in-culo. Sangue di re, mph! –

– Un Ventrue…ma perché il nostro Prefetto dovrebbe voler eliminare un suo consanguineo? Non hanno qualcosa tipo, codice d’onore o che cazzo ne so io? –

– Cosa vuoi che ne sappia io, Crisafi? Ho un’altra idea di clan. Una cosa è certa: Antonius stesso vuole che si ponga rimedio a una situazione che non dovrebbe avere ragione di esserci. –

Ettore chiuse la cartella e la poggiò sulla scrivania.

– Quindi…come intendi muoverti? –

Gli lanciò un cellulare, il quale non fece in tempo a compiere una parabola perfetta che era già saldo nelle mani del mekhet. Doveva ammetterlo, si divertiva a tirargli cose, sembrava di giocare con un cane.

– Ne ho uno uguale, comunicheremo con quello mentre tu sarai a Bologna. Dovrai scoprire che cazzo sta combinando il Prefetto, con chi parla, con chi collabora…poi penseremo a come farlo secco. –

– E tu? –

– È rischioso che venga anche io, ma non preoccuparti: farò sentire il mio supporto quando ne avrai bisogno. –

L’altro sembrò essere d’accordo e non replicò. A dire il vero Flavio avrebbe voluto dire qualcosa tipo “tanto so che sei capace ad uccidere anche da solo”, ma era conscio che sarebbe stato sospetto.
Girava una voce, da qualche mese, che Augusto Marinus non fosse semplicemente sparito, ma che fosse stato fatto sparire, probabilmente da qualcuno dei mekhet: non ci voleva un genio a capire che, tra tutti, l’unico che avrebbe potuto farlo era lui, anche se non aveva capito il motivo e, soprattutto, non ne era certo. Le voci spesso venivano gonfiate, ingigantite, difficilmente si riusciva a capire cosa fosse vero o falso e, spesso, il punto di vista dell’informatore giocava un grosso ruolo.
In ogni caso, fosse veramente stato lui, gli avrebbe fatto i complimenti: era sempre un bene stappare la testa a qualche Invictus, innocente o colpevole che fosse, era un nobilotto del cazzo in meno.
Capiva, tra l’altro, che quella era una missione anche investigativa e che solo un Mekhet avrebbe fatto un buon lavoro.

Dannate Ombre, borbottò mentre la porta si chiudeva e tornava ad essere solo nella stanza, siete in mezzo ai coglioni praticamente sempre, ma c’è da dire che a volte siete anche utili.

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Bologna, eliseo Novembre 2019

– Lunga Notte, Fratelli di qualità e voi tutti altri… –

Ettore roteò gli occhi al cielo.

Qualità di che, poi.

Abel Caracciolo, il Principe di Bologna, aveva iniziato la filippica tipica di un invincibile che dava avvio alla serata: una noia mortale, ma il Ventrue mingherlino, appesantito dalla grossa corona dorata e il mantello scarlatto, si gonfiava tutto nel ricordare le tradizioni da rispettare e mostrare la grandezza del Primo Stato.
Al suo fianco sedeva la cara e aggraziata sposa, Contessina Mallari, dall’aspetto che, per citare il Prefetto di Roma, ricordava un tegame senza coperchio; Ettore invece preferiva definirla semplicemente roito a pedali: non aveva mai provato così disgusto per qualcuno, soprattutto di sesso femminile.
Contessina era bassa, grassa, si guardava intorno con gli occhietti porcini come se dovesse mangiare tutti gli invitati ed era perennemente sporca di sangue rappreso, con la bocca sempre piena. Di cosa non voleva saperlo e a dire il vero gli faceva abbastanza schifo.
All’evento indetto dal suo sire, il famoso “torneo” per vincerla in sposa, fatto che faceva ridere solo a nominarlo, il vincitore si era rivelato Abel Caracciolo, anche se molti sostenevano che tutto fosse stato deciso a tavolino.
Sai che novità, aveva pensato, tornei cavallereschi per una donna, contrattazioni tra rivali…
Visto il “Medioevo facile” che aveva l’Invictus, si era sorpreso che nessuno di potente avesse reclamato lo ius primae noctis.
Guardò Contessina tirarsi fuori dalla bocca un pezzo di carne sanguinolenta e trattenne un conato di vomito.

Chi cazzo lo vuole condividere il letto con quella lì. Meglio il sole, porca puttana.

Spostò lo sguardo sull’oggetto della sua visita, Vincenzo Della Torre.  Il Prefetto del Movimento bolognese stava impettito sulla destra del Principe, come un fedele braccio destro.
Sapeva che tempo addietro aveva lo aveva aiutato a spodestare il vecchio e che, per sdebitarsi, gli aveva dato la carica di Siniscalco, praticamente il ruolo più importante a livello cittadino subito dopo quello del Principe. Nonostante questo e l’avere un grosso margine di azione per influenzare le dinamiche governative, il Prefetto Della Torre non stava agendo secondo i principi del Movimento stesso:  questo, inevitabilmente, era giunto alle orecchie dei vertici.
Cosa facesse di preciso, tuttavia, risultava ancora fumoso, ma lui era lì per scoprirlo.
Gli tornarono in mente le parole di Flavio: guarda con chi parla.
Si mise in un angolo, in modo da poterlo sempre vedere e, ogni qualvolta si andava a infilare in una delle stanze adiacenti al corridoio centrale, fingeva di passeggiare e dava una sbirciata. Andò avanti così per un po’, interruzioni comprese: diversi Mekhet della città vennero a parlargli, chiedergli informazioni da Roma, qualche membro del Movimento fece lo stesso e, più raramente, cittadini a caso palesavano la loro curiosità per una nuova faccia in territorio felsineo.
Ettore riuscì a gestire le varie conversazioni mantenendo un occhio sul Prefetto che, per sua fortuna, stava quasi sempre a portata d’occhio. Lo vide discorrere spesso con elementi dell’Ordine del Drago, ma niente di eclatante, spesso e volentieri lo beccò con Kaine Caracciolo sorellastra del Principe e Gerofante di Bologna ma, ancora, non fu niente che lo insospettì.
A Roma c’era un detto tra le fila del Movimento riguardo ai megeriti:  sono scimmie che prendono la loro cacca e se la tirano addosso.
In più, le minacce non erano loro, lo sapeva bene. Agli accoliti bastavano i templi, gli spiriti, le loro robe ritualistiche ed erano contenti, indipendentemente da chi gestisse la società.
Quando ormai era sicuro che la serata si sarebbe conclusa con un nulla di fatto, notò con la coda dell’occhio il Prefetto passargli di fianco, seguito da qualcuno, non riuscì a vederlo in viso: l’unica cosa che carpì fu un pesante fruscìo e un mantello rosso di velluto.

Mh.

Il Prefetto e Abel Caracciolo erano appena usciti da una porta laterale che dava su un ampio cortiletto alberato, buio abbastanza da impedire di essere visti dalle vetrate del salone.
Iniziò a dirigersi a passi svelti verso l’entrata principale; seguirli sarebbe stato rischioso, era meglio arrivare loro alle spalle, possibilmente ben nascosti.
Una volta che fu fuori e lontano da occhi indiscreti, attivò il potere dell’Oscurazione e la sua presenza divenne un tutt’uno con l’etere. Rispetto all’entrata, la porta da cui erano usciti i due ventrue stava sulla destra: si sarebbe diretto da quella parte.
Progressivamente cominciò a sentire dei mormorii che, man mano che avanzava diventavano parole e toni di voce, due per la precisione, e uno era senza ombra di dubbio quello del Prefetto Della Torre.

– Sapete bene che il Movimento risponde ai miei ordini qui a Bologna. Sono il loro Prefetto. –

– Sarà bene. Non tollero che venga infangata la mia autorità, Vincenzo, o il nostro accordo andrà in frantumi. Mi avete salvato la vita e ve lo riconosco: vi ho dato la carica di Siniscalco; poi mi avete chiesto il potere e io ve lo darò… –

Potere? Che cazzo va a chiedere potere da un Invincibile?

– …ma sapete anche cosa significa. –

Ci fu ancora il fruscìo pesante, Ettore non riuscì a capire bene le figure nel buio.

– Tu mi servirai. Sei un mio vassallo, Vincenzo, non dimenticarlo mai. Io ti darò qualcosa che nessuno possiede…e presto anche le mie debolezze saranno estinte. –

– A proposito, Vostra Altezza… –

Il mekhet stentava a crederci. Un vassallo, maledizione, lo aveva chiamato veramente vassallo? Quel verme lavorava per gli Invincibili, il Caracciolo gli teneva le palle in pugno!
Un pensiero solcò la mente del Carthiano ed inorridì.

E se fosse da sempre stato un invincibile? Una spia sotto copertura?

– …a breve avrò quello che mi avete chiesto. Una carthiana di Roma è molto abile nel fare esperimenti: aveva un favore da rendermi e beh, tra domani e dopodomani dovremmo avere tra le mani ciò che avete chiesto. –

– Ah! E con…con quello…potrò uscire…sano… –

Ettore rimase oscurato fin quando entrambi i due dannati furono spariti e fagocitati dalla gente del salone del Caracciolo. Poi, prendendo il cellulare dalla tasca destra, compose il numero che Flavio gli aveva salvato nella rubrica.

– Abbiamo un problema. – disse, sommessamente – E non riguarda solo Vincenzo. Cosa ti viene in mente se ti dicessi “dottore della notte”? –

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Più tardi, a Roma.

Le luci al neon che penzolavano dal soffitto rendevano il corridoio rivestito di metallo ancora più tetro, se si considerava che si trovava sottoterra di qualche metro. L’aria viziata e il silenzio di tomba avrebbero instillato timore anche nel mortale più grande, grosso e coraggioso: figuriamoci cosa avrebbe potuto provare la giovane donna che,  rigidamente, camminava al centro facendogli strada.
Flavio, che la seguiva silenziosamente, era tranquillo, forse perché era abituato a stare in zone sotterranee, forse perché si beava e gioiva della paura che si palpava chiaramente dalla sua esile guida; in ogni caso la osservava divertito, con un ghignetto sulla faccia che non faceva presagire nulla di buono.
Nonostante si fosse “sistemato” per rendersi presentabile ai mortali, la sua aura di spettro faceva il suo sporco lavoro.
Mentre percorreva l’angusto corridoio, non poteva far a meno di pensare che tutto sommato quella scienziata umana non era niente male: ogni tanto, dal camice ondeggiante, riusciva a intravedere una forma di fondoschiena che avrebbe fatto faville al suo night, così come i capelli biondi raccolti in una strana cosa che le donne mortali solevano chiamare “chignon”.

Già, già. Chissà come sono le sue urla di terrore.

Giunti di fronte a una pesante porta con un grosso cartello indicante materiali tossici e infiammabili, la mortale sgusciò via come un razzo, accompagnata da una risata bassa del Nosferatu.
Dentro alla stanza che gli si presentò dinanzi, c’erano diversi tavoli da laboratorio disposti a ferro di cavallo, tutti pieni di marchingegni strani, microscopi, provette piene di liquidi colorati; lungo le pareti, comparivano tetre vasche piene di qualcosa che per un mortale sarebbe potuta sembrare melma o acqua sporca e, proprio accanto ad uno di questi, c’era lei.
Il Carthiano la guardò bene, perché era impossibile non farlo.
Come tutte le Daeva, Clotilde Barberini trasudava bellezza da tutti i pori. Appariva come una donna poco sotto i trent’anni, alta, slanciata, un fisico da paura con due gambe che sembravano autostrade.  Si curava fino all’eccesso, in un modo che uno spettro non riusciva a concepire e che solamente una succube avrebbe potuto adottare: per quello strambo clan, l’estetica era molto importante.
Si avvicinò, con passi misurati e felpati, studiando il suo profilo, dai capelli corvini, il collo, la linea dei fianchi fino alle caviglie.

– È un gran peccato che tu ti chiuda qua dentro, Clotilde. –

Lei ruotò lentamente la testa verso di lui, squadrandolo con gli occhi ambrati.

– Me lo hai già detto. – replicò, tornando alla sua annotazione – Sai benissimo che non ci vengo a lavorare nel tuo night club. –

– E non sai che ti perdi! –

– Fidati, lo so. – mise il taccuino in una delle tasche del camice – E credo che sia meglio che io stia qui a fare ciò che mi riesce naturale. –

Flavio annuì. Come darle torto? Nonostante avrebbe gradito la sua presenza, doveva anche ammettere che lei era l’unica dottoressa di cui il Movimento Carthiano romano disponeva, senza considerare che forse era la più capace nell’esiguo gruppo dei Dottori della Notte.
Definirli scienziati era un po’ riduttivo, ma d’altro canto facevano cose che li accomunavano con loro: esperimenti, lavori chimici e fisici e tante altre cosette volte al miglioramento del Movimento e, più specificatamente dei carthiani stessi.
Non erano rari i casi in cui chiedevano loro determinati tonici o installazioni particolari in corpo per aumentare questa o quell’altra caratteristica: i Dottori, e soprattutto Clotilde, facevano il loro lavoro egregiamente.

– Quindi, Flavio… perché sei qui? – gli chiese mentre armeggiava con alcune provette.

– In realtà una cosuccia da niente, sono certo che mi saprai aiutare. –

Si avvicinò ulteriormente e lei, per un istante, si bloccò, come se avesse percepito qualcosa.

– Vincenzo Della Torre. –

– Il Prefetto di Bologna. –

– Mh-mh. –

Il sopracciglio sottile della Daeva s’inarcò.

– Vedi, dovresti dirmi tutto ciò che lo riguarda. – continuò placidamente lo spettro – Eventuali commissioni…tutto. –

Clotilde scrollò le spalle e tornò alle sue provette.

– Perché dovrei saperne qualcosa? Il Dottore della Notte più vicino a lui è Giulio…Giulio Acquaviva se non vado errata, un Selvaggio. –

– Eppure sono estremamente convinto che ti sia arrivata una sua richiesta… –

– Evidentemente ti sbagli. – replicò stizzita – E se non hai altro da chiedermi, levati dal cazzo che qui sto lavorando. –

Errore, Clotilde, errore.

Scrollò le spalle e, distrattamente, si mise a guardare le provette, muovendo qualche passo a caso.

– Ho sempre rispettato il lavoro di voi Dottori…rendete un gran servizio al Movimento. –

– Già, ma siamo troppo pochi. –

– Ma vedi, mentre voi vi rinchiudete nei laboratori, noi altri cerchiamo di portare avanti il nostro obiettivo, scardinando ostacoli e rimuovendo zavorre. –

Ormai le era abbastanza vicino da potersi chinare sul suo orecchio e sussurrarle:

– Ed è quello che sto facendo io. –

Sfruttando la posizione e la guardia bassa della Daeva, rapidamente fece scivolare il braccio sinistro dalla spalla di lei, fino ad agguantarle il polso e tirarlo via verso di sé, mentre con l’altra mano affondava nel groviglio dei suoi capelli per strattonarli e fare in modo che la sua schiena impattasse contro il suo petto.
Sapeva di essere forte così come sapeva che lei era molto, molto veloce; aveva solamente colto il momento giusto, prendendola in contro piede.

– Mettiamola così, doc. –

Le poggiò la guancia sulla tempia e continuò:

– Qualcuno ha scoperto che hai a che fare con Vincenzo, ed è una prova certa. Il che non sarebbe neanche un problema, se il figlio di puttana fosse un semplicissimo Prefetto. –

– Che…che vuoi dire? –

– Vedo che non lo sapevi…beh, ti informo io. Il lurido è un Invictus, un fottuto paggio Invictus e lo è sempre stato… ora, capirai bene che se la Direzione Nazionale del Movimento dovesse malauguratamente scoprire che Clotilde Barberini, la più prestigiosa dottoressa della notte, ha collaborato con un traditore, beh…adios.

La lasciò andare e, con un ghigno, concluse:

– Che ne dici, adesso, sei disposta a parlare? –

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Roma, Gennaio 2020. Nei pressi di Civitavecchia.

– Ehi! –

Il Prefetto di Bologna picchiò contro la grata che lo divideva dal mortale alla guida del pick up e gli intimò di evitare altri urti, pena la sua testa staccata dal collo.
Ansiosamente lanciò uno sguardo verso la grossa scatola d’amianto piazzata al centro, fissata con dei ganci in basso ed in alto.

– Stai tranquillo, Della Torre. –

Crisafi, il carthiano che lo aveva accompagnato da Bologna in quel viaggio fino Civitavecchia, gli fece cenno di lasciar perdere, di non adirarsi.
Come faceva a non essere un minimo in ansia? Come faceva a non controllare ogni tre per due che il carico non si danneggiasse?

Mekhet, si era detto bofonchiando qualche imprecazione, calmi fino all’inverosimile.

Il fatto che dentro a quella scatola dall’aspetto pesante e massiccio ci fosse una cavia fragilissima che non andava assolutamente danneggiata lo rendeva irrequieto, anche perché quell’ordine giungeva dalla cellula romana e il suo Prefetto: sapeva, peraltro, che il consanguineo avesse dei rapporti stretti con Antonius e che lui stesso avesse promosso la serie di sperimentazioni, le quali, grazie a quella cavia, si sarebbero potute effettuare; ci teneva a fare bella figura e che tutto andasse per il verso giusto.
La missione si era presentata a fagiolo, con quel trasporto programmato non avrebbe dovuto giustificare la sua discesa a Roma per incontrare Clotilde Barberini: prendeva due piccioni con una fava.
Fece un cenno verso la scatola.

– Cosa pensate che ci sia? –

– Non saprei. Da Roma non ho ricevuto informazioni, so solamente che è roba fragile. –

– Già, altrimenti Flavio non avrebbe mandato i suoi alleati militari a scortarci. –

Il mekhet non rispose e la voce dell’autista li informò che erano arrivati a destinazione. Vincenzo si sfregò le mani, baldanzoso saltò giù dal pick up e si diresse verso il nosferatu Della Torre che attendeva di fronte a una specie di casolare super blindato, un po’ come un’Area 51 tutta italiana, un’isola in mezzo al nulla cosmico, arbusti e campagna.

– Prefetto Della Torre, ben trovato. –

– Lunga notte. –

– Il viaggio è stato faticoso? –

– I vostri alleati ci hanno accompagnato impedendo qualsiasi intoppo: noi e la cavia siamo giunti a destinazione, come potete vedere. –

Il volto del nosferatu si dispiegò in un sorriso tirato. Non gli piaceva, ma d’altro canto era pur sempre un membro della congrega che doveva tenersi buono per poter sfruttare al meglio.

– La cavia, già, il nostro gioiellino. La dottoressa ha in mente un bell’esperimento che potrebbe rompere i coglioni a qualche Invictus…è roba forte. – Lo vide tirare fuori un mazzo di chiavi e glielo fece ondeggiare davanti alla faccia. – Vuoi dare un’occhiata? –

Vincenzo guardò il pick up aperto sul retro e la scatola metallica che vi troneggiava, immobile.

Sciocchi Carthiani, pensò mentre faceva scattare il primo di una lunga serie di lucchetti.

Quei cialtroni erano veramente convinti di avere una chance contro il Primo Stato, l’unico e assoluto, che da sempre aveva governato la penisola e sempre era riuscito a mantenere il dominio, con la garanzia delle dinastie cicliche.
Cosa offriva il Movimento? Il progresso? La democrazia?
Cazzate.
Tolse un altro lucchetto e tirò via le catene.
Non aveva esitato quando aveva ricevuto l’ordine di infiltrarsi in quella banda di qualunquisti; lo aveva fatto per gli invincibili, per il potere, quello vero.
Con la soffiata che avrebbe fatto su tutta la faccenda e le fialette di Clotilde, il Principe Abel non avrebbe più esitato e non avrebbe più rimandato il momento in cui lo avrebbe reso suo figlio, un Ventrue speciale degno di questo nome: avrebbe avuto ciò che smaniava da anni, finalmente!
L’ultimo lucchetto scattò e cadde a terra.
Con entrambe le mani tirò verso l’alto il coperchio e…
Mormorò qualcosa in direzione degli altri due, improvvisamente accomunati da un silenzio di tomba.
Non era inorridito, non aveva timore: era solamente perplesso.

La scatola era vuota.

**********************

La notte successiva, laboratorio di Clotilde Barberini.

Premette il dito sul tasto rec del registratore ed il nastro iniziò a girare.

– Notte uno, cavia numero 5. Soggetto nella norma. –

La figura sinuosa di Clotilde scivolò ai lati di un ampio tavolo da laboratorio, mugugnando qualcosa che solo il suo registratore riuscì a carpire.

– Ed eccoci qui, numero 5. Hai fatto una lunga strada per venire da me… Bologna, no? Già. Shh, stai buono. Presto non sentirai più niente, neanche l’argento che ti corrode i polsi e i piedi…meno ti muovi e meglio starai. –

Iniziò a preparare un’iniezione di un liquido giallastro in una siringa monouso.

– Perché numero cinque, dici? Oh beh, ho provato a fare questo esperimento su altri ma non riuscivano a superare la notte. Non disperare: ho grandi aspettative nei tuoi confronti…la scienza è il progresso, come il Movimento Carthiano. –

L’uomo bloccato sul tavolo gemette e lei scosse la testa replicando:

– Su, su. Poteva andarti peggio, sai? Qualcuno aveva proposto un’altra fine per te…ma io ho insistito. Volevi essere speciale, no? –

Delicatamente passò un polpastrello laddove c’erano i suoi occhi.

– E’ un gran peccato che tu non possa vedermi…ma non potevamo rischiare. I tuoi giochetti mentali li conosciamo tutti… –

Picchiettò il vetro della siringa e, spingendo l’ago nell’avambraccio, premette lo stantuffo per iniettare il siero. Vincenzo Della Torre, bloccato ad un tavolo di un laboratorio sotto terra, imbavagliato e bendato, iniziò a fremere e gridare, come se qualcuno oltre la dottoressa potesse sentirlo.
Nessuno lo avrebbe salvato.
Clotilde osservò la sua cavia e annotò qualcosa in un taccuino nuovo di pacca. Poi, quando il siero fece effetto e il corpo dell’ex prefetto divenne come di marmo, fece un sospiro e iniziò a collegarvi diversi elettrodi.

– Peccato, Vincenzo. – mormorò togliendogli la benda. I suoi occhi sbarrati la fissarono senza vederla e lei glieli chiuse piano. – Mi piacevi. –

Ma gli anelli impazziti dovevano essere rimossi, se non potevano essere messi nei ranghi, lo sapeva.

Quella fine, tra tutte, era la migliore. Flavio voleva portarlo in catene da Antonius, Crisafi voleva semplicemente farlo sparire come il Prefetto romano gli aveva consigliato; lei aveva fatto la sua proposta perché non voleva che incontrasse il sole o le zanne di vampiri anziani.
Nonostante tutto, non riusciva a detestarlo come tutti gli altri, ma non poteva nemmeno lasciarlo libero.

Mors tua, vita mea.

O forse no. Magari l’esperimento sarebbe andato bene questa volta.
Allungò una mano verso un quaderno rilegato in pelle e lo aprì. Sulla prima pagina c’era una scheda sintetica e una foto di un giovane uomo pallido, dagli occhi di lapislazulli e capelli biondissimi.

Non sei un Ventrue normale, Abel Caracciolo.

Prese una penna e scrisse qualcosa. Avrebbe studiato a fondo la questione, ormai era diventato il suo cruccio:  doveva scoprire cosa fosse un Malocusiano.

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