La necropoli

Buongiorno!
Dopo la settima fatica di Ercole (cioè l’ultima sessione estiva prima della tesi), ho trovato il tempo per scrivere questo racconto, che per i neofiti è un tentativo di spiegare con dei racconti l’ambientazione di un gioco di ruolo live, Vampire the Requiem, della White Wolf.
Nonostante i tempi concitati che ormai fanno parte di questi articoli, la storia che oggi vi presento mi ha abbastanza soddisfatto, forse perchè l’avevo già pianificata settimane prima.
In ogni caso, oggi i protagonisti sono i Nosferatu, il clan che negli altri racconti compare con alcuni personaggi e che, citando il manuale “Requiem for Italy” sono <<Dannati fra i dannati, talvolta scelti fra i reietti della società degli umani, gli Spettri sono da sempre il polo del maggiore terrore nella danza macabra. Incarnano l’essenza aliena e distante di quel predatore che alberga in ogni fratello, come fosse la più inspiegabile natura vampirica così contorta e deviata da dover mostrare in ogni gesto e persino nell’aspetto quell’orrore che ciascuno custodisce al suo interno>>
Nonostante questo, come i Gangrel, hanno un forte concetto di fratellanza, che nel loro caso di esprime con le nidiate.

Dopo questa introduzione, vi lascio al racconto!

Sofia Starnai
Gruppo letterario Camarilla Italia
http://www.camarillaitalia.com

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Gennaio 2019, Roma.

Un pugno scheletrico picchiò forte sul tavolino riecheggiando per qualche istante, seguito da un sibilo iracondo.
L’ Arcivescovo De’ Ricci era entrato nella stanza con una brutta espressione stampata in faccia e tutti si erano irrigiditi sui loro posti, chiedendosi cosa li attendesse in quella riunione convocata così d’urgenza.
Quali potevano essere i motivi per far infuriare un antico di quella portata?
E soprattutto: quali conseguenze ci sarebbero state per i malcapitati?
Tante ipotesi erano passate nella mente di Romolo Mazzarosa mentre stanziava a fianco del fratello; tante immagini ma una su tutte aveva ricevuto un maggiore consenso dalla sua parte razionale e fredda. Quando il Priscus del clan degli Spettri li aveva convocati entrambi, dentro di sé il vampiro aveva già capito che la sfuriata a questo giro sarebbe toccata a loro e tutti i Nosferatu di Roma.
Non ne era sorpreso, anzi: si era chiesto più volte nel corso dei mesi quando sarebbe giunto quel momento.
Le catacombe erano state inondate da quasi un anno e, nonostante gli incentivi, il clan non si era mosso adeguatamente per riprendersele e quindi vagava privo di un rifugio.
Non si trattava del fatto di aver perso un luogo sicuro dove pernottare: essendo un Dragone, come il fratello, Romolo ne aveva altri verso cui convergere prima del giorno; stava di fatto che le catacombe o necropoli fossero sempre appartenute ai Nosferatu e da sempre fossero un luogo sacro per la nidiata romana. Ce n’era una a Roma, una a Bologna, Milano, Potenza: ogni città aveva la sua necropoli, una città del sottosuolo che era appannaggio loro e di nessun altro.
Ecco perché la sfuriata dell’Arcivescovo non era inaspettata agli occhi del Dragone, ed era anche abbastanza sicuro che tutta la colpa sarebbe ricaduta su chi aveva ricevuto il compito di guidare la nidiata per questa missione.
Lucio Borromeo, per l’appunto, stava dando cenni di cedimento.
I suoi occhi scattavano da una parte all’altra come se temesse che qualcuno o qualcosa apparisse all’improvviso, tipico atteggiamento di un topo in gabbia o di chi ha dei profondi sensi di colpa.

“E’ passato del tempo, Borromeo”

La voce del De’ Ricci era bassa e priva di tono.

“Quando ti dissi di occuparti della necropoli? Marzo? Febbraio forse?”

Marzo, per l’esattezza.

La memoria eidetica non falliva mai.

“Mandai Settala…”

Romolo tirò su con il naso socchiudendo gli occhi.

Pessima mossa parlare di Rodrigo Settala, davvero pessima mossa.

L’Arcivescovo assottigliò lo sguardo e ringhiò:

“E neanche ti sei accorto che era in combutta con i megeriti!”

Tutti fecero un passo indietro, lui compreso. La bestia del De’ Ricci ruggiva minacciosa e seppur lo facesse verso il Borromeo, in quella stanzetta chiunque si stava sentendo a disagio.
Il vecchio Nosferatu si mise seduto e si ricompose, intrecciando le mani adunche sul mogano del tavolo ed infine lanciò un’altra occhiata lunga e seria al Priscus di Roma, esattamente all’altro capo, poggiato su pochi centimetri della sedia malandata, desideroso di alzarsi e andarsene.

“Cosa dovrei fare con te, Lucio?” chiese, tranquillamente.

Borromeo iniziò ad accampare scuse, promuovendo in parte se stesso, additando colpe a destra e a manca, svicolando sul suo errore, sfruttando quello che un membro del Primo Stato sa usare bene: la parola, la retorica.
Eppure il suo scivolone era stato causato proprio dal suo essere irrimediabilmente Invictus e la sua smania di avere potere lo aveva fatto concentrare di più sui suoi accordi per il suo tornaconto, anziché pensare alla nidiata di cui era figura di comando.
De’ Ricci annuiva, pensoso, senza guardarlo più di tanto.
Poi, all’improvviso, fece un gesto con le dita della mano destra, schioccando l’indice con il medio, richiamando l’attenzione di tutti i presenti.
Accadde tutto molto rapidamente: lungo le pareti apparvero cinque dannati disposti in modo da ostruire ogni via di fuga e altri tre si materializzarono dietro Borromeo, agguandandolo con una furia cieca.
Vestiti di nero, con una maschera bianca a coprire il viso, erano guidati da un apparente fanciullo che non aveva superato i vent’anni, dai capelli biondicci e scarmigliati, il volto smunto e pallido perennemente deturpato da un sorrisetto curiosamente truculento.
Un Nosferatu, ma non uno qualsiasi: Romolo lo riconobbe immediatamente.
Nemo, uno dei tre Tribuni e l’unico che avesse mai conosciuto.
I Tribuni erano riconosciuti nel clan come membri di rango elevato, per la vicinanza con il Patriarca, al quale riportavano le varie faccende delle nidiate: erano la sua voce e la sua mano, parlavano e agivano in sua vece e la loro parola era direttamente quella del pater.
La presenza di Nemo in quel frangente, il più sanguinario tra i tre Tribuni di Roma, faceva pensare a una cosa sola: la morte ultima.
A nulla valsero le grida e i tentativi di Borromeo di liberarsi: gli spettri di Nemo, speciali vampiri dalle doti di combattenti più alte rispetto alla media di tutto il clan, gli furono addosso e in poco tempo lo ridussero in polvere, pronto per essere accuratamente imbottigliato e consegnato nelle mani del Tribuno.

“Ah, il Patriarca sarà ben felice di vedere che il suo volere è stato soddisfatto.”

Romolo deglutì. Quel dannato riusciva a inquietare persino lui, che di solito era imperturbabile. Rispetto al De’ Ricci, che era decisamente brutto e ripugnante, Nemo aveva quell’aria fanciullesca che traeva in inganno e che stonava con le gesta mostruose che aveva sentito sul suo conto. In più, reputava inquietanti i suoi occhi, di un azzurro vitreo, che guardavano con la curiosità morbosa di chi adora sperimentare nuovi modi di uccidere.
Lui era il vero mostro. Lui incuteva un timore vero, soffuso ma permanente e permeante.

“Bene.” L’Arcivescovo fece un ghigno compiacente in direzione del Tribuno e poi si rivolse agli altri spettri “Ora che l’incompetenza è stata eliminata, direi di proseguire a un nuovo piano di riconquista delle catacombe.”

“Eminenza, prima va nominato il nuovo Priscus!”

“Mh. Vero, vero.”

Gli occhi grigiastri del De’ Ricci e quelli vitrei di Nemo sondarono tutti nella stanza, ma nessuno parlò.

“Nessuno?” il Tribuno inarcò un sopracciglio.

Romolo diede un’occhiata al fratello e ne ricercò l’attenzione, senza riuscirci; era di nuovo perso nella sua stereotipia per calmare lo stress e l’ansia: picchiettava il piede destro e la mano sinistra contemporaneamente, in un ritmo calcolato e sincopato.
Scosse la testa.

Vai a capire ora cosa ti frulla per la mente, Remo.

Intanto i due Nosferatu anziani si stavano alterando: possibile che non c’era nessuno che voleva prendersi la briga di essere il Priscus?

Mica scemi. Dopo quello che è successo a Borromeo, chi lo farebbe?

In realtà qualcuno che avrebbe dovuto occuparsene c’era, ed era un dannato con la sua stessa maschera fusa sulla faccia dal lato destro, i suoi stessi occhi biancastri, una lunga tonaca azzurra e il suo stesso cognome.
Guardò ancora Remo.

No, decisamente no.

Non avrebbe retto, lo sapeva, non avrebbe sopportato il peso di dover gestire altre persone, cosa che già gli riusciva difficile con sé stesso.
I suoi piedi si mossero da soli.

“Mi propongo io.”

D’altronde era un’Ascia, Comandante dell’Accademia di Roma e avvezzo a gestire operazioni militari: cosa sarebbe potuto succedere?

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Febbraio 2019, Roma, Tempio del Circolo della Megera

Amalia sospirò, poggiandosi contro la colonna di marmo e socchiuse gli occhi. Lucrezia D’Angiò continuava a parlare, ma lei si era fermata alla frase ‘i Santificati hanno scoperto che sono nel Circolo’ e l’aveva riallacciata a una conseguenza lampante: adesso il De’ Ricci l’avrebbe convocata e avrebbe preteso la testa della neo megerita, traditrice del Secondo Stato, adducendo probabilmente anche a questioni inerenti al sangue e chissà quali altre beghe.
Sarebbe successo, ne era certa, era nel mondo di tenebra da un po’ e sapeva come funzionavano certe cose.
Lei era uno spettro, l’Arcivescovo pure, lei una megerita e lui un Santificato: era facile sfruttare l’appartenenza allo stesso clan per fare i propri comodi, lo faceva chiunque, perché non lui che era un anziano?
La vera domanda, però, era cosa avrebbe risposto.
Vendere Lucrezia, la cocca di Goffredo il Gerofante, oppure evitare e andare incontro a una probabile morte per ‘tradimento del clan’?
Non era giusto, la faccenda esulava completamente dalle questioni dei Nosferatu, lo sapeva lei e lo sapeva anche il De’ Ricci, ma per la giustizia nel mondo di tenebra non c’è spazio: troppi mostri e troppi giochi di potere in ballo.
Oltre a queste preoccupazioni, la mente della Nosferatu era affollata di pensieri per la questione delle catacombe.
Romolo Mazzarosa aveva preso immediatamente la palla al balzo e si era autoproclamato Priscus del clan, sotto gli occhi attoniti di praticamente tutti i Nosferatu, escluso quello squinternato del fratello Remo.
Erano due figuri strani ma al contempo complementari: entrambi dragoni, Romolo, il maggiore, era un freddo combattente, risoluto e marziale; Remo invece era fondamentalmente un pazzo, tanto che non era difficile vederlo intento a conversare con se stesso, rimuginare e discutere, nove volte su dieci di argomenti che esulavano dalla comprensione dei più.
A tratti pure gli stessi membri dell’Ordine del Drago faticavano a star dietro all’imprevedibile Remo, l’unico che sembrava comprenderlo era il sangue del suo sangue.
Romolo, comunque, non aveva perso tempo e si era dato subito da fare nel reperire informazioni su chi stesse occupando la necropoli e in poco tempo erano arrivate delle risposte: un gruppo di vampiri, guidati da un certo Maestro, si era appropriato del suolo romano e riusciva a impedire a chiunque di entrarvi. Più precisamente, se qualcuno di estraneo alla cerchia si azzardava ad avvicinarsi nel raggio di dieci metri, veniva immediatamente localizzato e rispedito al mittente: Flavio Della Torre era riuscito a salvarsi per rotta di collo o forse perché era molto abile ad oscurarsi, ma comunque la sua testimonianza aveva fatto fare qualche passo avanti alla nidiata.
Eppure, rimaneva un quesito importante da risolvere.
Come sarebbero entrati nella necropoli, se gli usurpatori sembravano allertarsi ad ogni tentativo?
Come riuscivano ad avere occhi e orecchie anche fuori dal complesso di rifugi?
A questo pensava incessantemente da qualche notte, provando a fare rituali per avere delle visioni, ma era tutto troppo fumoso da interpretare: una volta aveva visto una bilancia dorata, un’altra individui deformi intenti a fare qualcosa, in cerchio, come se fosse un Coro megerita, un’altra ancora dei fantasmi con delle lance, spade e scudi…
C’era qualcosa di strano, nella necropoli. Più precisamente stava accadendo qualcosa, qualcosa di esoterico, ma non riusciva a capirne i dettagli e questo la mandava in bestia: chi, se non una megerita, avrebbe potuto capirci di più?
Un rumore secco di vetri infranti le fece spalancare gli occhi e ruotare il capo alla sua sinistra. Lucrezia le dava le spalle ed era immobile, statuaria, in un modo che non era normale.
Si staccò dalla colonna e cautamente si avvicinò, sondando le reazioni della giovane.

“Lucrezia?”

Non si mosse. Raggiunse il suo profilo sinistro e ne cercò il volto, trovando una maschera apatica dalle iridi tinte inspiegabilmente di pece.
Per terra un bicchiere e la vitae disseminata sul pavimento, insieme ai frammenti di vetro.
Ciò che le interessava, però, non era tanto il sangue, ma il simbolo sul petto della megerita, la fiamma nera che si era spenta da mesi ormai.
I solchi che pian piano si stavano cicatrizzando erano tornati a brillare di un colore vermiglio intenso e di un nero profondo che intaccava le punte del disegno e che progressivamente lo contaminarono tutto.
Repentinamente gli occhi della ragazzina incontrarono i suoi e cominciò a parlare.

“Che…che posto è questo? Vedo…ossa…buio…”

Amalia si illuminò. Stava avendo una visione.

“…acqua. Vedo acqua. Due fratelli…fondatori di Roma”

Fondatori di Roma, fratelli…Romolo e Remo?

“…rosso e blu…”

Ma cosa c’entra questo con…

Un guizzo, un lampo di genio ed improvvisamente la Nosferatu capì.

Romolo…il Dragone vestito di rosso e Remo, il dragone blu. Ma…

“Vampiri…sono orribili…deformi…fanno un rituale, consacrano questo luogo di morte!”

Cazzo!

“Lei ha dato loro potere…cinque guardiani legati per l’eternità…”

Amalia si trattenne dal prendere la giovane per le spalle e tempestarla di domande. Sapeva che quando un accolito aveva una visione era facile spezzarla con qualsiasi  contatto fisico o qualsiasi rumore, per cui dovette imporsi la calma e più sangue freddo del necessario: avrebbe ricavato qualcosa, ma solo se avesse avuto polso.

“Avanti Lucrezia” la incalzò “Continuate”

Ma la ragazzina ormai era allo stremo delle forze e in poco tempo si accasciò su se stessa.
Quando riprese conoscenza furono inutili le richieste da parte della Nosferatu, era in stato confusionale e rispondeva con parole sconclusionate che non fecero altro che farla innervosire ancora di più.
Uscì dalla sala del tempio con il desiderio represso di fracassare qualcosa, presa dalla foga, dalla stizza e più probabilmente dall’invidia di non aver avuto quelle informazioni in prima persona.
Si chiuse nella sua stanza e accese il computer: doveva mandare immediatamente una mail a Romolo, perché la faccenda stava diventando veramente complicata.
Lucrezia era entrata nel Circolo della Megera dopo il rituale per Nemesi, la dea della Giustizia, della quale portava il marchio sul petto, la fiamma nera.
Dopo il rituale al Pozzo del Diavolo, in cui Settala fu ucciso in favore dello spirito della dea, questa si era dileguata e non se ne era sentito più parlare, tant’è che il marchio di Lucrezia era rimasto inaridito, almeno fino a quel momento.
Man mano che ragionava, tutti i tasselli cominciavano a combaciare: la bilancia d’oro acquisiva un significato, il rituale dei vampiri deformi e le entità, i fantasmi, occupavano il loro ruolo.

Nemesi è tornata, stavolta con un gruppo di fan non troppo amichevoli.

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Marzo 2019, Roma, Eliseo del Movimento Cartiano

I Cartiani non si erano impegnati più di tanto a creare un intrattenimento per la serata ma lui, che aveva il suo da fare tra clan e congrega, non ne era dispiaciuto.
Mentre gli Invictus portavano avanti la pagliacciata del torneo per la mano di Contessina Mallari, la nidiata di Roma si stava muovendo sotto il suo comando per riprendersi le catacombe e quella sera era importante: un accordo doveva essere portato a termine, un accordo che avrebbe dato un vantaggio agli Spettri.
Romolo lanciò un’occhiata verso la figura longilinea di Remo, seduto di fronte a un mekhet dalle vestigia palesemente santificate, con una croce di legno come pendente a sancire il tutto.
Edoardo Borgia era il capo degli esorcisti, ed aveva sempre avuto uno sguardo fin troppo sveglio per i suoi gusti.
Giovane, piacente e a tratti anche stucchevole, aveva fatto carriera in poco tempo, talmente poco che effettivamente ci si sarebbe potuti chiedere come fosse stato possibile.
A lui, comunque, interessava poco di come un viscido mekhet avesse una posizione di spicco nella sua congrega, ciò che contava era che in quel frangente fosse importante che arrivasse ad un accordo con Remo.
Picchiettò il piede destro con insistenza, incapace di star fermo sul posto.
Perché ci aveva mandato lui? Fiducia, più o meno.
Il fratello gli aveva chiesto di potersi occupare del Borgia e lui tuttosommato perché avrebbe dovuto vietarglielo?
Questo all’incirca aveva pensato mentre acconsentiva, per poi pentirsene un istante dopo.

Non è stabile, gli aveva detto Flavio della Torre, meglio se ci andassi io.

Certo, un cartiano che va a parlare di esorcismi e di fantasmi, perché non ci aveva pensato prima?
A volte si chiedeva se fosse solo stupido o ci mettesse impegno per partorire certe idee, come mandare Amalia al posto di Remo: impensabile, via maestra per mandare a monte ogni cosa, con una megerita e un santificato che si sarebbero accapigliati sul tavolo come ragazzine.
Amalia aveva fatto il suo, tutto sommato. Non sapeva come, ma era riuscita a reperire delle importanti informazioni sulla necropoli e degli usurpatori: un gruppo devoto a Nemesi, la dea della giustizia, che nell’inondazione si votò a lei e da lei ricevette il dono di cinque fantasmi guardiani, ancorati ai membri più forti della piccola coterie.
Si spiegava finalmente come facessero a percepire qualsiasi estraneo e il motivo per cui quelle entità non rispondevano al sangue degli Spettri, affine a loro per natura.

Evidentemente, aveva detto Remo, sciorinando un po’ di teoria da drago blu, c’è un forte rituale per ancorare questi fantasmi, che impedisce loro di andar via…o magari non vogliono farlo.

Gli aveva dato fiducia, perché sapeva che solo una Luce Morente avrebbe potuto gestire questa faccenda senza farsi prendere troppo come un megerita e senza essere del tutto incompetente come un cartiano. Tuttavia, rimaneva l’incognita Remo, un grosso ‘però’ che avrebbe potuto distruggere l’affermazione più solida e, in questo caso, anche un accordo con il capo degli esorcisti.

“Niente da fare, Romolo”

La voce sussurrata e roca del fratello gli pizzicò l’orecchio destro.
Gli rifilò un’occhiataccia, una stilettata in pieno petto che riuscì nell’intento di cavargli delle spiegazioni:

“Abbiamo delle divergenze per quanto riguarda il rituale per l’esorcismo, io…”

“Remo, hai fatto di nuovo i tuoi cazzo di discorsetti da Luce Morente?”

“Non proprio, è che i miei studi da eleusino…”

“Vaffanculo tu e i tuoi fottuti morti!”

Lo sapeva che avrebbe dovuto fare tutto lui, di nuovo si era lasciato ingannare dal fratello minore: accadeva da anni, sin da quando il sangue fluiva nelle loro vene e nonostante ciò ancora non aveva imparato la lezione, così come il fatto che a Remo non piacesse che il suo lavoro fosse sottovalutato.
La smorfia che fece gli deturpò il viso, tirando la pelle spettrale fino a quella eternamente bruciata e parzialmente celata dalla mezza maschera di metallo che gli copriva la tempia, lo zigomo e la guancia destra.

“I miei studi sono tutto” sibilò fissandolo in tralice, tetro in viso “E i fantasmi dovrebbero interessare anche te, visto il sangue che abbiamo.”

“Quei fantasmi sono persi, dovrebbe essere chiaro questo punto.”

Cercò il Borgia e lo trovò allo stesso tavolo, solo.

“Ti avverto, Remo.” Alzò un dito verso di lui minacciosamente “Azzardati ad intralciarmi e finisci male. Qui in ballo c’è la mia testa e, a meno che tu non voglia vedermi ridotto in polvere come Borromeo, mi lascerai fare questo accordo.”

Non sentì la risposta ma, conoscendo il fratello, probabilmente non ve ne fu alcuna.   

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Borgia rabbrividì appena sulla sedia.
Lo disgustava la sola presenza di un Nosferatu seduto di fronte a lui e Romolo godeva dell’effetto che il suo sangue provocava, soprattutto a quei voltagabbana dei mekhet e soprattutto a lui, il capo degli esorcisti con cui doveva arrivare ad un accordo.

Così vediamo di precisare chi comanda, santificato del cazzo.

Lo sentì schiarirsi  la voce e pure lui si sistemò sulla sedia drizzando la schiena.

“La somiglianza è lampante”

Romolo inarcò un sopracciglio. Il mekhet si apprestò subito a spiegarsi:

“Con vostro fratello, volevo dire.”

Il Nosferatu trattenne una risposta tagliente e la lasciò ribollire in gola per qualche istante. Si ripetè più volte dell’importanza di non indisporre il Borgia, nonostante fosse un’idiota patentato, fin quando le sinapsi non gli suggerirono una risposta migliore da fornire:

“Io non sono mio fratello.”

No, assolutamente. Potevano avere lo stesso viso, gli stessi tratti mediterranei, la stessa mascella pronunciata, i capelli corvini, ma lui non era Remo e Remo non era lui.
Non solo per il diverso approccio all’Ordine del Drago – lui un drago rosso della schiera armata delle Asce e lui uno studioso drago azzurro della Luce Morente – ma anche per indole: da una parte la metodicità razionale di un pianificatore, dall’altra la follia imprevedibile di un ricercatore, il calcolo freddo e la caoticità, il giorno e la notte, Yang e Yin.
Quelle maschere, speculari al contempo opposte sui loro visi, impresse sulla carne dal loro sire per ricordare a chi appartenessero, erano un chiaro simbolo di ciò che rappresentavano: facce della stessa medaglia opposte ma complementari.

“Vediamo di arrivare al punto, Borgia.”

Non amava i giri di parole, lui. Quello che parlava a sproposito era Remo, per l’appunto.

“A me non frega un cazzo di ciò che farete con i fantasmi che stanno nella necropoli. Per quanto mi riguarda sono dei nemici che impediscono a me e tutti gli altri Nosferatu di raggiungere ciò che ci appartiene di diritto.”

Il mekhet congiunse le dita e annuì lentamente.

“Quindi” continuò l’altro “Da Priscus del clan, avete il via libera per fare tutto ciò che è in vostro possesso per eliminare questa minaccia. Ovviamente, mi aspetto che vogliate qualcosa in cambio.”

Si rimise comodo sulla sedia, dando cenno di aver concluso.
Bastava sentire la richiesta dell’esorcista e la questione si sarebbe potuta dire risolta.

“Ovviamente.” Edoardo sorrise in modo sornione “La mia richiesta è semplice. Voglio che voi o chi per voi, troviate il rifugio di qualcuno.”

Beh, si può fare.

Il Santificato si guardò bene intorno prima di dire, con voce bassa e cupa, un nome:

“Lucrezia D’Angiò.”

Romolo fece un ghigno.

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Aprile 2019, verso la necropoli

Il tanfo di fogna e di morte cresceva ad ogni passo, chiaro segno che il gruppo si stesse avvicinando alla necropoli.
Procedevano risoluti, perché erano certi che non avrebbero avuto interferenze dall’oltretomba e che il loro arrivo sarebbe stato del tutto inaspettato.
Il piano, infatti, era di sorprendere il Maestro e la sua banda di mostri e saccagnarli di botte fin quando non si fosse vista la polvere: un’occasione perfetta per provare il suo nuovo gioiellino, un AK-47 Kalashnikov che fremeva, ben saldo sulla schiena, dalla voglia di scaricare proiettili.
O forse era lui che smaniava di sentire l’odore del sangue, della polvere e di quella particolare fragranza che emette un dannato quando diventa cenere; non ci poteva fare niente, andava in visibilio.
Flavio della Torre non era del tutto malato, anche nella vita terrena era stato un soldato e non aveva perso la passione che però con l’Abbraccio si era tramutata in desiderio malsano di sfondare di proiettili esseri viventi e non, un classico esempio di come il mondo di tenebra corrompa per sempre ogni cosa.
Il Prefetto del Movimento Cartiano, negli assalti, lo metteva spesso a fare il cecchino e lui non avrebbe potuto chiedere di meglio della calma e concentrazione di sdraiarsi, puntare, mirare e colpire tra capo e collo – e a volte al centro degli occhi – il proprio bersaglio: era qualcosa che gli faceva provare una breve scarica di adrenalina, ammesso e concesso che potesse averne ancora in quel corpo morto da decenni.
Per quella spedizione, però, serviva la fanteria e lui si era ben prestato a svolgere l’ingrato e dolce compito di triturare di metallo qualunque cosa non riconoscesse nella sua nidiata.
Romolo gli aveva dato quel comando e lui lo seguiva: era il suo Priscus e sapeva farsi rispettare.

“State per entrare nel raggio di dieci metri, passo.” Gracchiò la voce di Remo all’auricolare

Sì, ci sono già stato, a differenza tua.

Non riusciva a comprendere il fratello di Romolo, con cui riusciva a ragionare anche in termini pratici, a fare un discorso logico, insomma: c’era una cervello pensante con cui potersi confrontare, su quel fronte.
E dall’altro, invece?
Aveva provato a comprendere quel dragone dallo sguardo allucinato, ma dopo il suo terzo discorso filosofico sconclusionato e una crisi di nervi, aveva indossato la maschera da psichiatra e gli aveva diagnosticato un: ‘questo ha le rotelle fuori posto da quando lo hanno messo al mondo’.
Una cosa però l’aveva capita, ed era la sua totale inutilità nei confronti fisici.
Ergo in quella missione era utile quanto un daeva invictus o tutti gli Invictus in generale, cioè un cazzo di niente.
Romolo lo aveva messo in una postazione radio a monitorare la loro discesa nella necropoli, cosa peraltro priva di senso visto che lui ci era già stato, rischiando la pellaccia contro quegli schifosi mostri, ma aveva abbozzato: anche ai bambini va dato il loro giocattolino per tenerli buoni, no?
Ed eccolo qua, dunque, Remo che giocava con le radioline.

“Mh” il Priscus si fermò un attimo “Vedremo se i Santificati hanno fatto il loro dovere.”

Il gruppo riprese la marcia, guardandosi più frequentemente intorno.
Ogni tanto qualcuno interpellava Amalia, sperando in qualche sua dote sensitiva, ma niente, tutto taceva, tranne un leggero ronzio che cresceva di intensità man mano che si calavano nei cunicoli.
Erano pochi, in sei, ma contavano sul supporto di Nemo, che aveva assicurato la sua presenza all’assalto: era fondamentale che ci fosse, altrimenti se la sarebbero vista veramente brutta.
Maestro aveva radunato a sé una trentina di vampiri deformi e lui stesso aveva vissuto sulla pelle le loro abilità, decisamente superiori di un qualsiasi spettro normale.
Ma che diamine erano? Davvero quello spirito, Nemesi, aveva dato loro questi poteri incommensurabili?
Stentava a crederci, ma quando aveva palesato il suo dubbio, nessuno lo biasimò: rimaneva pur sempre un cartiano.
Il ronzio divenne man mano più nitido: voci, che all’unisono stavano dicendo qualcosa.

“Un rituale” mormorò Amalia alle sue spalle.

E fin qui ci arrivavamo tutti, sagra delle ovvietà, eh.

Si sfilò il kalashnikov e lo imbracciò saldamente. Al cenno di Romolo, tutto il gruppo sparì dal cunicolo o almeno così sembrerebbe ad un occhio profano.
Stando al piano, sarebbero dovuti entrare di soppiatto, usando l’Oscurazione, in modo tale da cogliere di sopresa gli officianti del rituale e…
Kaboom.
La necropoli si apriva con un grosso spiazzo, una sorta di agorà o un’anticamera, con diversi buchi che conducevano ad altri cunicoli e probabilmente a dei rifugi.
Alcune torce illuminavano tutto il circondario di una luce pallida e tremolante, proiettando le ombre allungate e deformi dei dannati cultori di Nemesi.
Flavio digrignò i denti e trattenne un ringhio.

Bene bene, ci risiamo, schifosi abomini delle fogne.

Lembi di pelle rimanevano attaccati alle ossa di quegli esseri per non si sa quale legge di gravità, arti eccessivamente lunghi penzolavano dal busto scarnificato, per lo più nido di mosche e vermi e gli occhi erano due buchi neri inespressivi e carichi di oblio.
Facevano ribrezzo, davvero, pure per il gruppo di Nosferatu che era abituato ad essere accolto da smorfie di disgusto.
Il Maestro si distingueva dal mucchio non solo per la sua mole massiccia rispetto agli altri, ma anche perché sembrava essere quello messo ‘meglio’ dal punto di vista della decomposizione. Grazie a questa sua caratteristica, la nidiata romana comprese una cosa, ossia che avevano da sempre sbagliato a parlare di lui: il suo volto, infatti, era diviso tra le ossa grigiastre del suo scheletro e il candore di una giovane donna dalla chioma bionda incrostata di fango.

‘sta gran fija de na mignotta…

Improvvisamente, Nemo e i suoi comparvero alle pareti dello spiazzo e Flavio, come gli altri, capì che era arrivato il momento.
Il plotone d’assalto era pronto a cominciare.
Sciolse la sua Oscurazione e con lui riapparvero alla vista degli intrusi anche Romolo, Amalia e tutti gli altri.

“E’ ARRIVATO PAPA’, FIGLI DI PUTTANA!”

Iniziò a sparare a raffica, spezzando ossa e forando teste, al suo fianco qualcuno faceva roteare una mannaia, qualcun altro un falcetto e c’era chi usava le proprie mani: tutto in una marasma indistinta di corpi, mostri, urla disumane e ossa spezzate.
Eppure, nonostante i colpi e nonostante la furia, quegli abomini continuavano ad alzarsi senza sosta, spinti da una forza fuori dall’ordinario, forse qualche altro potere di Nemesi?

No, merda!

Uno di loro gli strappò via il kalashnikov e gli si gettò addosso; insieme rovinarono per terra prendendosi a pugni, ma non era il solo ad avere difficoltà.
Flavio dovette fare i conti con la verità, seppur amara e difficile da mandare giù: non erano abbastanza forti.

Dobbiamo ritirarci…

Un urlo acuto rimbombò nell’agorà e la visuale dello spettro si liberò dal brutto muso del mostro deforme, lasciando spazio alla luce fioca delle torce.
Si mise seduto stranito e fiaccato, così come gli altri della nidiata romana, e si guardò intorno.
Scorse la figura della Maestra e alcuni dei suoi seguaci – ne contò quattro – mentre fuggivano da uno dei cunicoli, mentre Nemo e Romolo stavano in piedi, al centro della piazza, accerchiati dai resti degli avversari.

“La Maestra è fuggita nei bassifondi” dichiarò il Tribuno, voltandosi verso di loro. Aveva una strisciata trasversale sul viso di sangue non suo, ma non sembrava preoccuparsene.

“Questo posto torna, di diritto, alla nidiata romana.” Continuò Romolo “Ma non sarà così a lungo”

Si levò un pezzo di carne putrefatta dallo schiniere destro, andandosi poi a pulire anche la corazza. Le lame da pugno, nonostante la penombra della necropoli, riuscivano a scintillare di rosso vivo.

“Abbiamo…abbiamo vinto?”

Il Priscus fu a un passo da Amalia in un millesimo di secondo e allo stesso modo la prese per il bavero e le ringhiò contro:

“ABBIAMO?”

La spinse via, con disprezzo e rabbia.

Il termine corretto è: siamo sopravvissuti per una grandissima botta di culo.

“Fate in modo di essere più forti la prossima volta…” li guardò tutti, uno ad uno, con un tale ardore che sembrava avesse il diavolo in corpo. Flavio deglutì e istintivamente chinò lo sguardo quando, per un istante, incrociò gli occhi bianchi del Mazzarosa.

“…perché io non salvo nessuno. Io uccido, solo perché mi piace farlo e perché devo farlo: se diventerete un ostacolo, non farò eccezioni.”

Pian piano le ossa e la carne in decomposizione divennero polvere mischiata a quella dell’antica necropoli, destinata a prosperare sotto l’egida della nidiata di Roma e del suo metodico, razionale e sanguinario Priscus; le cui gesta sarebbero rimaste scritte in quella polvere e negli occhi di quei dannati che furono salvati solo dalla paura dei suoi nemici.
Da quella notte Flavio capì fondamentalmente due cose.
La prima: Romolo era molto, molto più forte di tutti loro messi insieme, al pari di un Tribuno come Nemo.
La seconda, e forse quella più importante, era che non si sarebbe mai dovuto mettere contro di lui.

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