In una notte di luna nuova, parte 2

Buongiorno!
Torna l’appuntamento con l’ambientazione di Vampire the Requiem della White Wolf, spiegata con l’espediente narrativo!
Questo mese, riprendendo proprio da dove ci eravamo interrotti, concluderemo la vicenda che vede protagonista Edoardo Borgia, giovane mekhet della Lancea Sanctum, capo degli Esorcisti, alla ricerca dell’eretica Lucrezia D’Angiò per conto del terribile Arcivescovo De’ Ricci (se non sapete di cosa sto parlando, cercate la prima parte del racconto, “In una notte di luna nuova, parte uno”).

Come sempre, se volete che parli di un personaggio in particolare che ho descritto nei racconti precedenti di “presentazione”, fatemelo presente!

Senz’altro indugio, vi lascio alla conclusione di questa piccola trama, buona lettura!

Sofia Starnai
Gruppo letterario di Camarilla Italia
http://www.camarillaitalia.com

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Novembre 2019, periferia di Roma.

Edoardo picchiettò nervosamente il piede mentre la Mercedes bianca percorreva le strade dissestate della periferia a est della capitale.

“Sì…alla prossima svolta a destra, Carlo.”

L’autista obbedì.  La vettura entrò in una traversa non troppo illuminata a fondo chiuso e circondata da edifici abbastanza fatiscenti.
Gli occhi del giovane mekhet cercarono di spingersi verso l’oscurità che i fari della macchina non riuscivano a raggiungere, come se si aspettasse che qualcuno o qualcosa spuntasse fuori all’improvviso.

“Gli abbaglianti” disse con un movimento celere della mano.

Nulla. L’uomo al volante aggrottò le sopracciglia e lanciò un occhiata all’apparente ragazzo seduto di fianco a lui.

“Vuoi che scenda a…”

“No!”

Gli agguantò il polso e gli rifilò uno sguardo allucinato. Povero umano, sciocco e incurante del pericolo. Non sapeva, non poteva sapere che l’unico posto dove sarebbe stato al sicuro era proprio in quella macchina, con le sicure abbassate: a dire il vero non ne era certo, ma non voleva darlo a vedere.
Imprecò a denti stretti.
L’appuntamento era per quella notte e in quella via, aveva letto bene e se lo ricordava, la sua memoria non faceva così cilecca.
Fece una smorfia.  Effettivamente, dove si sarebbe potuto nascondere un topo di fogna come un nosferatu? In un altrettanto posto di merda, una fogna per l’appunto, sudicia e poco invitante. Sarebbe stato più strano se fosse stato ricevuto in una lussuosa villa nel centro di Roma, visto come era quel macabro vampiro che lo stava aspettando.
Si contorse le dita gelide, facendosi male con il grosso anello degli esorcisti con l’opale bianco che brillava appena sotto le luci elettriche degli interni dell’auto. Vi passò sopra il pollice e per un istante dimenticò il motivo per cui era lì, concentrandosi sulla pietra levigata a cuspide, pungendosi appena con la punta il polpastrello.

“Edoardo, credo che ci sia qualcuno.”

Alzò lo sguardo. Un uomo vestito abbastanza malamente stava di fronte al raggio luminoso e gli faceva cenno di scendere. Aveva un lungo cappotto color kaki con grosse tasche che, ad una prima occhiata, sembravano gonfie di qualcosa di pesante che spingeva la stoffa verso il basso.

Una pistola?

Il mekhet scrollò le spalle. La portiera si aprì con uno scatto e l’umidità pungente gli pizzicò gli zigomi. Il cielo era plumbeo, privo di stelle, cupo come il suo umore.
L’uomo sembrava impaziente. Gli faceva cenni secchi accompagnati a dei mugugni, indicando un punto buio all’angolo destro del vicolo.
Edoardo trattenne il respiro, ma l’odore di alcool e fumo gli era già entrato nelle viscere, facendogliele rivoltare. Avrebbe vomitato, se solo avesse avuto qualcosa nello stomaco: c’era gente che si nutriva da questi…omuncoli?
Arricciò il naso e si strinse nel cappotto di lana cotta. Non gli serviva a dire il vero, non sentiva freddo come un essere umano, ma quel gesto era un modo per calarsi nella parte di un giovane ragazzo che nulla aveva a che fare con il mondo di tenebra.
Cautamente si addentrò nel buio e con un battito di ciglia attivò la vista amplificata. C’era qualcuno, davanti a lui nell’oscurità, tre persone per l’esattezza: le loro aure brillavano di colori diversi, due di un arancio acceso e una di un verde chiaro molto debole.
Qualcuno aveva paura e qualcuno era diffidente, un vampiro. Le aure dei dannati erano sempre più deboli agli occhi esperti dei mekhet, soprattutto se messe a confronto con quelle dei mortali. Allungò una mano tastando a tentoni fin quando non trovò la maniglia di una porta, che protestò scricchiolando alla sua spinta.
Dentro a quello che sembrava uno scantinato c’erano due umani dall’aspetto poco raccomandabile che, agli occhi particolari del vampiro, irradiavano l’aura di paura aranciata. Quasi gli venne da ridere: grandi e grossi ma così insignificanti e dannatamente mortali, anche loro provavano la paura, soprattutto se si considerava la figura che sedeva al centro di un tavolaccio malandato roso dalla polvere e dal tempo.

Diffidenza.

L’aura debole e verde chiara di Romolo Mazzarosa comunicava quella sensazione, nuda e cruda.
Non era sorpreso, il dragone rosso non si era mai fidato di lui sin dal primo momento.
Chiuse gli occhi. Il volto spettrale piagato a metà dalla maschera di metallo comparve di nuovo nitido, con la pelle leggermente traslucida per la luce al neon dello scantinato e le venature violacee su una tempia.

“Benvenuto nel mio regno, Borgia.”

La sua voce era priva di qualsiasi sfumatura e nonostante questo metteva i brividi.
Gli indicò una seggiola di fronte a lui.

“A ognuno il suo.” Replicò, mettendosi seduto

Mazzarosa fece una smorfia.

“Sempre diplomatico, mh? Non vuoi ledere a nessuno. Non sei carne né pesce, doni una parola buona a chiunque ti si pari dinnanzi nonostante sia anche l’essere più repellente di questa terra e ti faccia chiaramente schifo.”

Posò entrambe le mani sul tavolo. C’erano delle bruciature sulle falangi, degli arzigogoli strani incrostati di sangue rappreso.

“Sono quelli che non sanno prendere una posizione i peggiori…perché non puoi sapere da che parte penderanno. Un giorno stanno di qua, l’altro di la…”

Edoardo scostò pesantemente la sedia facendola stridere sul pavimento, in modo da coprire parzialmente le parole velenose del nosferatu.

“Tagliate corto, Mazzarosa.” Mormorò cupamente andando a poggiare i gomiti sul tavolo.

L’altro dannato parve sorpreso, ma non ne era certo. Sicuramente non si aspettava una sua replica, come molti altri prima di lui. Odiava essere considerato un giovane privo di spina dorsale, odiava il fatto che anche nella sua stessa congrega venisse trattato al medesimo modo, nonostante fosse in una posizione di spicco, nonostante il suo prestigio…
Certo, si era comprato la Barberini. Certo! Ma chi non scendeva a patti? Chi, nel mondo di tenebra, non vendeva tutto pur di salire la scalata della gerarchia?
Lo facevano gli uomini, lo facevano le donne, lo facevano anche i dannati e sempre l’avrebbero fatto.
C’era chi usava il ferro per conquistarsi le cose, altri usavano l’oro: lui aveva trovato una moneta di scambio sicuramente più piacevole ma dispendiosa di tempo e energie.

“Voi stesso avete detto che ne va della mia vita, se questa missione non dovesse riuscire.” Continuò, sforzandosi di guardarlo negli occhi. Erano due sfere vitree, fumose, fredde e calcolatrici, fisse su di lui. In tutti questi mesi, non aveva mai visto Romolo sbattere le palpebre neanche una volta, come se la minima disattenzione potesse fargli sfuggire la sua preda.
Per quella notte, la preda era lui.
Si drizzò sulla sedia, ritirando le braccia dal tavolo. Un velo di polvere marroncina gli colorò le maniche cobalto del cappotto, ma non vi prestò attenzione.

“Quindi potete anche non fidarvi di me, ma potete essere certo del fatto che ho intenzione di calcare queste scene per molto tempo. La mia danza macabra non è ancora finita, Mazzarosa.”

“No, no…anche perché se dovesse finire sarò io a compiere la sentenza.”

Per conto dell’Arcivescovo De’ Ricci…

Il mekhet fu ancora più certo di essere finito in una trappola cinese ordita con maestria dal clan degli spettri. Quei maledetti lo tenevano in pugno e non c’era modo di salvarsi se non rigare dritto, fino alla fine.
Pensò a Lucrezia, al suo viso, ai suoi capelli. Ce l’avrebbe fatta ad ucciderla? A piagare il suo corpo perfetto e affondare i canini nel suo collo, come lei aveva fatto con il suo sire?
Sentì la sua risata echeggiare in lontananza e, trattenendo un moto di stizza, cercò di scacciarla.

Deve morire. Morire. Morire.

Fissò torvo il Mazzarosa, con occhi iniettati di sangue.

E arriverà il giorno in cui anche il tuo cadavere scorrerà nel fiume, schifoso nosferatu, e io starò a guardare. Ah sì, sarà inebriante l’odore della tua cenere!

“Bene.” Replicò seccamente “Ora che abbiamo chiarito la faccenda, avete qualcosa da dirmi o sbaglio?”

Le labbra pallide dell’altro accennarono un sorriso.

“L’abbiamo trovata.”

Tirò fuori la fotografia di una bella casa di campagna, con dei bei gerani al balcone e le imposte di legno. Il rosso regnava sovrano, in tutte le sue sfumature: sui mattoni, sui fiori, sulla porta.

Romolo intanto gli stava spiegando che quella era una villa fuori da Civitavecchia, in piena campagna, isolata e ben protetta da diversi mortali, ma non inespugnabile. Lucrezia era lì dentro, sola: Amalia delle Lame, una nosferatu accolita del Circolo della Megera, aveva garantito che la giovane non aveva altre protezioni lì, neanche quella del Gerofante.
Passò le dita sopra la fotografia, mentre le parole dell’altro diventavano sempre più soffuse, fino a perdersi.
Come aveva fatto a non pensarci? Gli aveva sempre detto che le sarebbe piaciuta una dimora in campagna, lontano dai frastuoni cittadini, per contrapposizione a ciò che era stata in vita: una rampolla di una famiglia facoltosa, che aveva sempre vissuto nella bambagia e aveva avuto tutto, letteralmente.

“Una casa in campagna, sì”  gli aveva detto mentre studiavano un esorcismo che li teneva in biblioteca da ore “Con il tetto rosso e tanto verde intorno. Animali, magari, un gatto. Peccato che non potrò avere il fuoco a scaldarmi…”

Era lì. Lei era lì. Presto l’avrebbe vista, presto…
Alzò di scatto il viso e riuscì a formulare una sola domanda, rigettata come un singhiozzo.

“Quando?”

“Ci muoveremo tra una settimana circa.”

Il mekhet sorrise, prima debolmente, poi dalla gola gli uscì un suono soffocato che esplose in una risata acuta, isterica, viscerale.
Romolo inarcò un sopracciglio, senza capire.
Cosa c’era di tanto divertente in una notte di luna nuova?

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Una settimana dopo, nei dintorni della Villa degli Aceri.

La radiolina gracchiò un paio di volte sulla sua spalla. Senza lasciare con lo sguardo la grande casa di campagna, la prese con la mano destra, staccandola dal gancio che la assicurava al giubbotto antiproiettile.
Un ordine secco e la rimise al suo posto.
Quegli abiti lo mettevano a disagio. Non c’era abituato alla modernità militare e sebbene Flavio lo avesse rassicurato sull’efficacia di quella stramba tenuta nera, Romolo non riusciva a non pensare alla sua armatura, alla pesantezza degli schinieri e del pettorale a piastre.
Strinse le lame da pugno, le sue fedeli compagne. Il nosferatu carthiano gli aveva consigliato di imbracciare un’arma da fuoco e il suo priscus era stato inflessibile: non sarebbe sceso in campo senza le gemelle della morte, le sue preferite della collezione di lame bianche.
Era riuscito a convincerlo a cambiare vestiario per proteggersi dai proiettili nemici, ma nessuno al mondo lo avrebbe separato dalle armi che conosceva meglio delle sue tasche.

Dietro di lui diversi mortali vestiti al suo stesso modo attendevano nell’ombra, in un silenzio religioso. Imbracciavano diverse armi da fuoco di cui conosceva a stento il nome; Flavio però gli aveva detto che quelli erano artiglieri d’assalto eccellenti, quasi una cavalleria, ma senza destriero.
Poco distante, sulla destra, stava Edoardo Borgia. La spada infoderata al suo fianco sinistro aveva l’elsa adornata di un grosso rubino che gli ricordò un’arma che aveva visto negli alloggi dell’Arcivescovo De’ Ricci.
Che fosse la stessa?

Se fosse stata una lancia sarebbe stato perfetto.

Lo guardò con la coda dell’occhio nel suo essere così scialbo e debole.

Sorprendimi, Borgia. O le fiamme sorprenderanno te.

Per un istante i loro occhi si incrociarono, il verde brillante nel bianco opalescente.

“Vi darò io il segnale” gli disse, tornando ad osservare la villa “Non lo ripeterò due volte, quindi ascoltate bene: se non dovessi vedervi entrare in quel dannato rifugio, sarete morto ancor prima che arrivi l’alba. Vi troverò, ombra: non potete sfuggire a uno spettro.”

Non ci fu una risposta. Non serviva a dire il vero, almeno non a lui. Borgia era giovane, inesperto e seppur cercasse di darsi un contegno e apparire scrupoloso e meditante come tutti i suoi consanguinei, rimaneva una pulce che tentava di scontrarsi con una stalattite: non aveva possibilità di vittoria, neanche se si fosse nascosto.
Aveva mosso i suoi nosferatu che in poco tempo erano riusciti a trovare il rifugio di quella ventrue, quanto ci avrebbero messo a trovare anche lui, con l’appoggio di tutta la Lancea Sanctum mobilitata dall’Arcivescovo?
Ebbe un fremito. La sete di sangue si fece sentire, le lame da pugno avevano voglia di affondare nella carne. Da quanto tempo era che non partecipava a una missione di quel tipo? Dalla conquista della necropoli?
Fece un sogghigno: era un bel ricordo da riesumare prima di un’altra battaglia, lo fomentava il giusto.
Si avvicinò la radiolina alle labbra.

“È il momento.”

La risata di Flavio della Torre gracchiò dall’apparecchio elettronico e subito dopo ci fu solo il silenzio scandito da passi cadenzati dei soldati alle spalle del Priscus degli spettri, Romolo Mazzarosa.

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Il segnale arrivò, forte e chiaro. Flavio sghignazzò e fece un cenno al generale Rossetti e all’altro suo collega. Dietro di loro i due squadroni cominciarono a imbracciare i loro kalashnikov. Il rumore metallico delle ricariche di proiettili fu ciò che sentì per almeno tre minuti, fin quando non crollò nuovamente il silenzio elettrico di chi sta in attesa di un ultimo segnale.
3….2….1….

Iniziò a muoversi, acquattandosi tra la vegetazione. Passi molteplici lo seguirono, andandosi a perdere attorno al perimetro a ovest della Tenuta degli Aceri.
Avanzò, cauto ed esperto. Sapeva che tutti i suoi alleati mortali attendevano il primo sangue, quello che ogni volta era una prerogativa solo sua, una sorta di rituale che dava il la a tutta la sinfonia di morte, ma non aveva intenzione di far attendere troppo il suo priscus Romolo.
Adocchiò una guardia, una delle tante, sola e placida.
Per qualche attimo si ritrovò sul fronte, quando ancora il cuore gli batteva nel petto.

Caricare…

Ne aveva uccisi tanti nella sua vita da cecchino. Era quello che sapeva fare meglio, il suo comandante glielo aveva sempre detto. I suoi commilitoni gli avevano chiesto spesso quale fosse il segreto: cosa scattava non appena la croce del mirino puntava il cranio o l’occhio destro della sua vittima? Com’era possibile che non ci fosse un minimo di esitazione nella presa salda della sua arma?
Il trucco era, paradossalmente, non pensare.
Già, se ti fermavi a farlo ti assaliva qualcosa di mostruoso chiamato “etica” o anche “morale”.
È giusto? È sbagliato? Potrebbe essere un mio amico quell’uomo, quanti anni avrà? Moglie? Figli? Che vita ha vissuto fino ad oggi? Una buona o brutta esistenza? Chi sono io per decretare la morte di qualcuno?
Non pensare. Non pensare. Caricare, puntare, fuoco.
Sangue freddo, nervi saldi.
Alcuni credevano che fosse un mostro senza scrupolo. Avevano paura di lui, per questo se lo tenevano buono: meglio amico che nemico.

Puntare…

Questo accadeva quando ancora il sangue era qualcosa di cui sentiva l’odore ma non il sapore. Tutto sommato, il suo essere diventato veramente un mostro non era tanto diverso dal suo impiego come cecchino della sua brigata.
La morale, l’etica, adesso erano solo vane parole.
Tutte le domande che attanagliavano le sue prime esperienze e le sue prime uccisioni adesso avevano un’unica risposta: la caccia, la sopravvivenza, il sangue e il suo gusto inebriante quando scivolava nella sua gola.

Fuoco!

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Uno sparo echeggiò nell’aria, seguito da grida e scalpitii sulla strada battuta. Colpi e ancora colpi, urla ora euforiche, ora strazianti, ora agghiaccianti.
Alla Tenuta degli Aceri la battaglia era appena cominciata e lui, sulle retrovie, sentiva qualcosa di simile alla nausea umana, anche se era conscio che non si potesse trattare di quella.
Da lontano riusciva a vedere la cappa rossa di Romolo sventolare sotto la luce artificiale dei lampioni della Villa, insieme al baluginio delle lame da pugno che sparivano in un corpo dopo l’altro. Nonostante fosse nella penombra e non troppo vicino al fronte, l’odore del sangue gli solleticava le narici, denso, ferroso e attraente.
Edoardo sapeva che la spedizione stava andando bene, non serviva neanche che attivasse i suoi sensi amplificati per rilevarlo, tuttavia lo fece lo stesso, più per scrupolo che per altro.
L’aura danzante di Romolo fluttuò verso un gruppo indefinito di umani terrorizzati: in poco tempo le aure aranciate si estinsero sotto i colpi letali del priscus, che rapido si precipitò a dar man forte all’altro dannato, Flavio della Torre. C’erano tanti mortali, molti dei quali alleati, tuttavia i due vampiri risaltavano in mezzo a loro proprio per la debolezza della luce che le aure provocavano, quindi era facile non perderli di vista.
A breve ci sarebbe stato il segnale del nosferatu dragone e il destino di Lucrezia si sarebbe compiuto. Fece aleggiare lo sguardo amplificato verso l’edificio, che risultò stranamente deserto. Edoardo sbatté gli occhi incredulo per un paio di volte, arrivando pure a pensare che la sua vista fosse difettosa: eppure, nella villa, non splendeva nessuna aura vampirica, niente di niente.

Cazzo…

Non c’era nessuno lì!
Scosse la testa. Non era possibile! Romolo era sicuro, glielo aveva detto. I suoi nosferatu avevano lavorato sinergicamente e avevano trovato il rifugio, maledizione, come potevano aver sbagliato?
Una smorfia si disegnò sulle labbra del giovane. Evidentemente gli spettri non avevano fatto bene il loro dovere e lo avevano condotto lì a vuoto…o forse era una trappola ordita dall’Arcivescovo?
Si guardò repentinamente intorno, sondando l’oscurità con circospezione. Niente nelle vicinanze…tranne due fioche luci che si allontanavano progressivamente, entrambe di un pallido color arancio.

Paura.

Due vampiri, nella notte, che avevano paura.
Aggrottò le sopracciglia. Poco plausibile, il buio è il più fedele compagno di un dannato.

A meno che…

Guardò nuovamente la Tenuta degli Aceri e le aure di Romolo e Flavio della Torre. Di colpo un lampo gli illuminò il volto di una consapevolezza amara e, in un battito di ciglia, la sua figura scomparve nella boscaglia, allontanandosi progressivamente dalla villa.

 

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Il cranio dell’ultima guardia impattò contro la suola del suo stivale e andò in pezzi, eruttando sangue e una strana poltiglia rossastra.
L’odore della morte dilagava serpeggiando nel cortile della Tenuta insieme a un silenzio raggelante, misto al sudore freddo di qualche mortale alleato lì intorno.
Romolo non conosceva timore. Non sapeva cosa fosse la compassione, benché meno la carità. Come una macchina tranciava qualsiasi cosa gli si parasse dinnanzi, a volte faticando pure a distinguere il nemico dall’alleato. Con lo sguardo setacciò l’area contando le perdite: parecchie avevano la sua personale firma, un arto tranciato e la testa sfracellata.
Alcuni di loro vestivano il vessillo del Movimento Carthiano.

“Priscus…”

Ruotò lentamente il capo verso Flavio della Torre, pietrificandolo con gli occhi. Sapeva che era stato lui a uccidere diversi suoi fedeli mortali, ma non avrebbe mai avuto il coraggio di rivendicarli, non se voleva arrivare alla fine dell’assedio tutto integro.

“Il segnale.”

Il carthiano annuì e fece un cenno alle sue spalle.
Tre colpi vennero scaricati verso l’alto a una distanza di cinque secondi l’uno.
Attesa.
Romolo guardò la Tenuta, le imposte chiuse e le luci spente.

Sei lì dentro, mh?

Eppure qualcosa in tutta quella situazione strideva: perché i Gangrel non erano venuti? Perché la D’Angiò si era circondata solo di mortali?
Amalia gli aveva detto che le sue competenze occulte erano eccezionali, ma allora perché non inviare qualche spirito a contrastare la loro venuta?

Dove cazzo è il Borgia?

Si voltò. Il cortile risuonava ancora di sangue e morte, ma del mekhet nessuna traccia. Strinse con violenza un pugno e ringhiò talmente forte da far sobbalzare anche l’altro dannato.

“Mandiamo ancora il segn…”

“NO!”

Prese una delle due lame da pugno caduta a terra e, guardando il Della Torre, diede un secco ordine:

“Trovatela. Cavatele gli occhi, per sicurezza: i suoi giochetti del cazzo di ventrue saranno tenuti a bada…tornerò a breve. Con le ceneri di Edoardo Borgia.”

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Quel prete di merda passerà dei brutti quarti d’ora.

Non che ne fosse sorpreso, ovviamente. Il Borgia puzzava da due miglia, l’Arcivescovo gli aveva dato fiducia nonché l’ultima possibilità di redimersi e sopravvivere: peccato che fosse stato così coglione da aver mandato a fanculo tutto, il De’ Ricci e pure il clan dei nosferatu, incluso il suo sanguinario priscus.
Flavio si strinse nelle spalle: un mekhet in meno, una schifosa serpe estirpata e tutta la gloria agli spettri, la prospettiva era comunque soddisfacente. Donò uno sguardo al generale Rossetti, stravolto come gli altri mortali presenti nel cortile.
Avevano paura. Non ci voleva chissà quale dono per capirlo, bastavano i loro volti, i loro occhi, i respiri corti e la rigidità delle loro membra.
Come biasimarli? Avevano visto Romolo Mazzarosa all’opera. Quel dannatissimo figlio di puttana si era fatto prendere dalla foga e aveva seccato mezzo squadrone alleato, tranciando braccia, gambe, teste, senza ritegno alcuno.
Una macchina, un automa, un mostro.

Ricaricò il kalashnikov e si avvicinò alla porta d’ingresso in mogano. Dall’interno non volava una mosca, sembrava che la casa fosse disabitata.

“Esci fuori, Lucrezia” iniziò a dire, puntando l’arma “Non costringetemi ad entrare e saccheggiare una così bella casa. Avanti, sarò magnanimo.”

Ghignò a sé stesso: lui, magnanimo?
La ragazzina era ancora ingenua, ancora troppo umana da farsi scrupoli, persino di fronte un topo di fogna come lui. L’aveva vista diverse volte quando ancora portava i vessilli della Lancea Sanctum: una giovane ventrue dalla chioma leonina, piccola di statura e magrolina, con due occhi chiari che ricordavano il colore dell’acqua con riflessi di luce.

Deve essersi divertito, il Settala.

Dalla casa il silenzio rispose nuovamente, cosa che iniziò ad infastidirlo.

Fanculo, ragazzina.

Si avviò a grandi passi verso l’entrata: l’avrebbe sfondata a calci, tanto per far capire che le buone maniere non servono a un cazzo. Magari Romolo ci avrebbe messo più di un quarto d’ora a trovare e seccare il Borgia, magari lui si sarebbe potuto divertire un po’ con quella megerita.
Sorrise.
Si pregustò il momento in cui le avrebbe preso gli occhi, i suoi preziosi occhi gioiello, e se li sarebbe mangiati, per il puro gusto di farlo.
Pensò a come avrebbe abusato del suo corpo, della sua probabile verginità e a come l’avrebbe deturpata con il coltellino svizzero che teneva nella tasca destra dei pantaloni.
Pensò a tante cose mentre alzava il piede e assestava un poderoso calcio alla porta di legno, fantasticò ancora quando nessuno gli venne incontro per assaltarlo e anche quando tutto divenne…
Giallo, arancione, rosso.
Nero.
Non pensò più.

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Poco prima…

I rumori degli spari lo accompagnarono, martellanti e insistenti. Edoardo non si voltò e continuò a correre, rapido come solo una Succube saprebbe fare. Le due macchie arancioni ormai erano prossime e se i suoi calcoli erano giusti, il suo posto non era sul fronte ma proprio in quella campagna, oltre una piccola boscaglia.
Di fronte a una lunga distesa bruna e sotto un cielo cupo e scuro, il capo degli esorcisti riconobbe una lunga chioma ricciuta, inconfondibile per i suoi ricordi, indimenticabile per i suoi occhi.

“LUCREZIA!”

Le due figure si fermarono. Una delle due coprì l’altra, allargando le braccia: solo avvicinandosi un poco Edoardo riuscì a scorgere il viso cadaverico dell’accolita Amalia delle Lame.

“Tu…”

Cercò di avanzare ma l’altra cacciò fuori un ringhio poco invitante, per cui il mekhet alzò le mani e si fermò, a circa cinque metri da loro.

“Non mi inganni, ombra” sentenziò sibilante Amalia “So cosa sei venuto a fare qui.”

“Tu sei uno spettro!”

“Ma sono anche una megerita.”

Gli tornò in mente Romolo e il suo orgoglio nel mostrare come i nosferatu fossero fedeli alla nidiata più che alla congrega: adesso era certo di poter dissentire.

“Vattene o muori, Borgia. Siamo in due…”

“No.”

Una voce ferma interruppe lo scambio e una mano esile si posò sulla spalla della megerita. Lucrezia uscì dallo scudo dell’altra e fece qualche passo verso di lui, sicura e al contempo cauta.
Quando si fermò a tre metri da dove era, la sentì mormorare qualcosa di cui riuscì solo a carpire “smeraldi”. La guardò, bevendosi ogni centimetro del suo essere, la guardò e si accorse di osservare qualcosa di nuovo e di alieno, una cosa diversa dalla giovane Lucrezia che aveva conosciuto anni fa. Simboli strani costellavano la pelle delle braccia, dello sterno, dell’addome e del viso, alcuni di questi comparivano anche sulla sua gonna logora di polvere e fango, dalla quale spuntavano due scarponi altrettanto sudici. Sangue rappreso dipingeva sulla sua fronte una riga di rune celtiche di cui lui conosceva a stento il nome e benché meno il significato: erano effigi pagane, cose che aveva letto per allontanarsene in quanto membro santificato.
Si soffermò sulle mani, sporche di terra e altro sangue secco. Ma cos’erano quelle strane chiazze sul dorso? Erano scure, ma non sembravano pezzi di terra o di fango, erano come se fossero…parte della sua pelle.
Deglutì. Aveva pensato a mille scenari diversi e ad altrettante cose da dire, eppure in quel momento si sentiva spaesato e completamente in balìa di quella megerita, dei suoi occhi e della sua voce.
Sentì uno sparo e poco dopo ne arrivarono altri due.

Il segnale…

“Ti aspettano?”

Lei sorrideva. Nonostante fosse così lontana dalla sua allieva, quella piccola curva disegnata sulle labbra sembrava la stessa.

“Io…”

“Quella è la spada del De’ Ricci.”

Si sentì colpevole come un ladro. Istintivamente poggiò la mano destra a celare il grosso rubino, come se potesse in qualche modo nascondere quella prova così evidente della sua longa mano dietro a tutta quella storia.

“Lucrezia…”

“Sapevo che sarebbero venuti questa notte. Sapevo anche chi avrebbe ucciso i miei alleati mortali…” fece spallucce “Una visione, sai.”

“Voi accoliti potete vedere così tanto?”

Rise. Quel suono gli graffiò l’anima.

“Possiamo vedere alcune cose. Altre…” guardò Amalia alle sue spalle “Le scopriamo.”

Passeggiò orizzontalmente, la stoffa della gonna ondeggiava sinuosamente insieme a lei, facendo intravedere ogni tanto la sagoma indefinita di una coscia.

“Certi dettagli possono anche sfuggire…tu, per esempio. Non eri previsto”

Lo guardò per un attimo infinito e mormorò ancora la parola “smeraldi”.

“Beh…mi avete trovata, bravi. La mia bella casa di Civitavecchia, lontano dalla città e dagli altri dannati…è veramente un peccato. Veramente un gran peccato.”

Improvvisamente si sentì un boato che fece vibrare il suolo. Edoardo si voltò incautamente, giusto in tempo per vedere una grossa colonna di fumo ergersi nel punto in cui sorgeva la Tenuta degli Aceri e la porzione di cielo sopra di essa illuminata di una luce cangiante giallo-rossastra.

“Merda…”

“Mai giocare con Lucrezia D’Angiò.”

La sua voce era molto più vicina e lui, idiota che non era altro, le aveva donato le spalle.
Sentì un sibilo strano, non umano: sembrava proprio quello di un serpente.

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Un rombo potentissimo e odore di bruciato. Romolo arrestò la sua corsa e guardò alle sue spalle: per la prima volta da quando era diventato un vampiro, l’orrore comparve sul suo volto normalmente impassibile.
Fuoco. Grida. Fumo. Sangue. Luce. Calore.
Rimase in silenzio ad osservare la grossa colonna grigia che saliva verso l’alto dalla ormai distrutta Tenuta degli Aceri, mentre i sopravvissuti alleati di Flavio della Torre scappavano in preda alla follia e alla paura.

Flavio…

Non c’erano speranze di rivederlo vivo. Un’esplosione non è qualcosa di semplice da cui scampare, neanche lui probabilmente sarebbe riuscito a farcela, non con il contatto diretto con il fuoco, uno degli anatemi dei dannati.
L’intera villa ormai era una grandissima torcia che irradiava il buio di quella notte senza luna: non ne sarebbe rimasto niente, solo cenere e corpi carbonizzati.

Non è stato un caso.

Non poteva esserlo. Lucrezia sapeva della loro venuta, sapeva della loro forza militare e aveva agito con le uniche armi che le avrebbero dato una vittoria assicurata: il fuoco e l’effetto sorpresa.

Lucrezia non è mai stata alla villa, durante l’assedio. Qualcuno…qualcuno deve averle detto della nostra venuta.

Sirene in lontananza sugellarono l’arrivo dei pompieri. Decise che era il momento di allontanarsi: di lì a poco troppi mortali si sarebbero affacciati sullo scenario della Tenuta andata in fiamme e lui non doveva farsi vedere.
Concentrò le energie e riprese a correre saettando nella boscaglia: il Borgia doveva essere vicino.

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“Vieni nel Circolo, Edoardo”

“Il Circolo non è la mia strada”

Sentì una leggera pressione tra le due clavicole e la sua voce contro la camicia.

“Lo sostenevo anche io”

Una mano scivolò sull’elsa della spada dell’Arcivescovo e i polpastrelli carezzarono il rubino. Edoardo la osservò e finalmente poté vedere meglio quelle strane macchie sul dorso: era veramente la sua pelle, ma di un colore verdognolo, vagamente simile a quella di un…

Serpente?

Inorridito, si divincolò dalla presa dell’accolita e con un gesto secco tirò fuori la spada. La lama fece un suono suadente nell’uscire dal fodero e scintillò appena nonostante il buio dell’aperta campagna.  

“Ma che cosa sei, Lucrezia?”

Il volto di lei perse tutta l’infantilità e assunse un’espressione fredda.

“Sono un mostro, come tutti. Anche tu lo sei.”

“Tu non sai niente, sei una giovane sprovveduta che ha fatto la scelta sbagliata!”

“Io ho fatto quello per cui ero prescelta!”

“Ah, quale delle tante, fornicare con i demoni o tradire tutta la congrega santificata?”

La mano destra strinse con veemenza l’impugnatura della spada, muovendola appena.

“TUO PADRE È MORTO PER QUESTO! I TUOI CANINI LO HANNO CONDOTTO IN CENERE PER LA SUA ERESIA!”

Tacquero entrambi e si scrutarono. Lui con il fiatone per lo sforzo, gli occhi stralunati e la consapevolezza nuda e cruda del fatto che avrebbe dovuto davvero porre fine all’esistenza di lei, che d’altro canto non sembrava temere ciò che stava per avvenire. Statuaria come una vera regina, lo guardava dal basso verso l’alto con austerità, la stessa che sfoderò quando, con tono sferzante, disse:

“Speravo di non giungere a questo, ma non mi lasci altra scelta. O con me, o contro di me.”

Edoardo sapeva già la risposta e, per una volta, si concesse il lusso di dar sfogo al suo impulso.
Iniziò a correre, con la lama della spada che fendeva l’aria.

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Non poteva essere andato lontano, soprattutto se al suo seguito aveva una ventrue che non poteva trasportare con la velocità potenziata delle Ombre e delle Succubi.
Probabilmente il Borgia non aveva messo in conto che anche lui, che era uno Spettro, possedeva un potere che di norma non gli sarebbe stato concesso: d’altro canto Romolo non era un nosferatu come tutti gli altri, ma questo nessuno lo sapeva a parte suo fratello Remo.
Altra cosa che il mekhet non aveva considerato era la sua naturale affinità con i fantasmi, che in mezzo alla campagna di Civitavecchia risposero alla sua muta chiamata e gli indicarono la via, proprio oltre una piccola boscaglia.
Fu un urlo a bloccarlo, una voce di donna che spezzò il silenzio notturno.
Mortali? Erano vicini, molto vicini.
Il nosferatu cautamente si mosse tra gli alberi facendo bene attenzione a non far troppo rumore. Riassestò le lame da pugno tenendole ben salde e scivolò nella fitta vegetazione, come un grosso felino che si prepara per il balzo finale.
Man mano che procedeva, un odore sempre più forte gli solleticò le narici, non era riconducibile al profumo del sangue umano, era però familiare ed era sicuro che ci fosse un’altra creatura sovrannaturale nelle vicinanze…

Cosa?

La scena che gli si presentava dinnanzi fu del tutto inattesa, talmente tanto da lasciarlo fermo lì, attonito come lo era stato ben poche volte nella sua lunga esistenza vampirica.
Un ragazzo stava in piedi, di profilo, con il capo abbassato e il respiro corto, inutile automatismo che spesso si ripresentava nei giovani vampiri in ricordo della loro vita umana.
La lama di una spada antica, posata per terra ai suoi piedi, riusciva a scintillare nonostante la poca luce e sembrava bagnata di qualcosa, ma non capiva bene da quella distanza.
Romolo emerse dalla boscaglia. I suoi passi pesanti furono sentiti dall’altro, che si mosse impercettibilmente ma non fuggì. Guardava fisso qualcosa, come se ipnotizzato, accanto alla spada dell’Arcivescovo De’ Ricci: un mucchietto fumante di ceneri fresche.

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Due mesi dopo, Roma, periferia a nord.

“Fermiamoci qui, Carlo”

La vettura inchiodò e si fermò accanto a un marciapiede mal messo. Oltre il finestrino, il giovane capo degli Esorcisti, Edoardo Borgia, vide un parchetto fatiscente con un campo da basket frequentato da bande di quartiere.
Ormai non si sorprendeva più dei luoghi dove i nosferatu gli davano appuntamento, era assodato che avessero dei gusti abbastanza opinabili in fatto di architetture e luoghi in cui trovare rifugio.
Passò il polpastrello dell’indice sull’anello di opale bianco, pungendosi appena con la levigatura a cuspide. L’orologio digitale della macchina indicava le 23,59 e 40 secondi, cosa che stava a significare che a breve lo spettro si sarebbe presentato per iniziare quello strano incontro voluto da lui.
Scese dall’auto e si diresse verso il parchetto, così come gli era stato detto. Si sentì gli occhi addosso dei mortali nel campo da basket e comprese che forse quella banda non fosse lì per caso.

Topi di fogna che hanno come alleati altri topi di fogna.

Una presenza si mosse alle sue spalle. Edoardo raddrizzò la schiena e rilassò i muscoli: non aveva paura, non più ormai. In quei mesi si era quasi abituato alla presenza molesta di un qualche spettro nel suo raggio di azione, così come ai loro bizzarri ingressi in scena.

“Lunga notte” sospirò, fermandosi al centro del sentiero battuto “Vi unite a me per una passeggiata?”

Un fruscio. Una figura incappucciata più bassa di lui gli giunse di fianco, scoprendosi appena il viso per farsi riconoscere. Il mekhet fece un sorriso tirato e la salutò con un mesto cenno del capo ed insieme cominciarono a camminare.

“Dunque, Amalia…come mai questa richiesta di vedermi?”

L’altra fece un mugugno sdegnato.

“Lo sapete, ombra. Lo sapete molto bene, non fate lo gnorri.”

Lui rise e annuì.

“Sarebbe bello sentirvelo dire…ma immagino che siate di fretta, mh? Vedete, cara, ormai siete in questo requiem da diverso tempo…no? Ad ogni azione corrisponde una reazione…”

Si fermò. Elegantemente si posizionò di fronte alla nosferatu, cercando di incrociare i suoi occhi bianchi e privi di umanità con tutta la serietà e fermezza possibili: era importante che il messaggio arrivasse forte e chiaro.

“Voi siete viva perché sono io a volerlo. Romolo ha capito che qualcuno ha cantato ed è più che intenzionato a scovare il colpevole…”

Le rifilò un sorriso sornione.

“…non vorrei essere nei suoi panni quando questo avverrà.”

L’altra irrigidì il muscolo della mascella, digrignando i denti.

“Attento, siete nel mio territorio, Borgia…”

“Oh lo so. Infatti ho incaricato il mio autista di chiamare immediatamente Romolo se, accidentalmente, non dovessi tornare entro mezzanotte e mezzo. Gli dirà tutto e anche che avete posto fine alla mia esistenza per insabbiare la faccenda.” Fece spallucce “Ops.”

Sapeva di avere il coltello dalla parte del manico e godeva un sacco nel vedere come Amalia fosse totalmente persa, priva di qualsiasi speranza di uscire da quello che si stava per rivelare un bel ricatto ai danni di chiunque fosse nel suo seminato.
Circolo della Megera e Nosferatu, semplice: lei sarebbe stata la sua spia, gli occhi e le orecchie in ben due agglomerati di dannati che erano troppo distanti dai suoi agganci.
Edoardo ghignò di gusto. Il suo sire sarebbe stato fiero di come aveva orchestrato tutto, agendo come una vera ombra, sottobanco e con astuzia.
Riprese a camminare, lasciando l’altra a qualche passo di distanza. Con gli occhi andò a guardare la luna, una bella gibbosa calante, che illuminava un cielo privo di nuvole e punteggiato di stelle.

La guardi anche tu questa luna?

Probabilmente quella scelta gli si sarebbe ritorta contro. Glielo aveva detto, lei, prima che la lama le portasse via il braccio riducendolo in cenere:

“Oggi siamo troppo deboli, Edoardo, per ucciderci a vicenda. Sparirò, ti lascerò crescere e anche io lo farò. Ma non dimenticare che, un giorno, io e te ci incontreremo di nuovo…e uno dei due non ne uscirà vivo.”

Si era preso la gloria, si era preso la lode del De’ Ricci e la sua fiducia, ma non sapeva che un dannato vive in eterno e, differentemente dagli esseri umani, non dimentica. Mai.

 

 

 

 

 

Un commento su “In una notte di luna nuova, parte 2”

  1. Cospirazione, strategia ed inganno con un ritmo incalzante che mi ha coinvolto fino all’ultima parola. Ottimo lavoro! Grazie, Sofia!

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